Tre condizioni. I minibond possono infatti essere sottoscritti solo da investitori qualificati, oltre ovviamente a quelli istituzionali, categoria in cui rientrano banche, assicurazioni, fondi, fondi pensione ecc.
Meno noti sono, invece, gli investitori qualificati, e perché proprio i trader potrebbero essere considerati tali. Per rientrare in questa categoria occorre rispettare almeno due dei tre criteri normativi indicati. Questi prevedono che nell'ultimo anno (quindi nei quattro trimestri precedenti), l'investitore abbia effettuato almeno dieci operazioni, cioè 20 eseguiti. Il numero da solo però non basta, perché occorre che le operazioni siano anche importanti. Su questo punto le disposizioni regolamentari non danno indicazioni precise in merito all'importo, ma si limitano a sottolineare che deve essere significativo. Il concetto è ribadito anche dalle indicazioni circa il portafoglio titoli, che deve valere come minimo 500 mila euro: con un portafoglio di tali dimensioni, anche le operazioni saranno necessariamente significative. Il secondo criterio è stato quindi già indicato, ed è relativo alla consistenza patrimoniale del portafoglio, 500 mila euro.
Il rispetto del terzo criterio è invece più specifico e complicato perché richiede che l'investitore abbia alle spalle un'esperienza lavorativa, anche pregressa, nel settore finanziario, e non con un ruolo generico (informatico o addetto alla reception), ma di un ruolo che richiede la conoscenza degli strumenti finanziari.
Epic sim, una dei broker che tramite piattaforma elettronica mette in contatto le imprese che vogliono finanziarsi con gli investitori, entra più nello specifico di questo criterio e, a chi vuole operare, chiede requisiti precisi: esperienza di almeno un anno quale membro del consiglio di amministrazione o collegio sindacale, dirigente, quadro, private banker o promotore presso intermediari finanziari vigilati o compagnie di assicurazione. L'esperienza richiesta è un po' più lunga, tre anni almeno, se si è svolta un'attività di amministrazione o controllo oppure compiti direttivi presso imprese generiche, se si è stati o si continua a essere docenti universitari in materie giuridiche o economiche, oppure se si ricoprono funzioni amministrative o dirigenziali presso enti pubblici o pubbliche amministrazioni aventi attinenza con il settore creditizio, finanziario, mobiliare o assicurativo (es. enti previdenziali o di controllo come Consob, Bankitalia).
Come accennato è sufficiente rispettare due di questi tre criteri per poter investire in minibond. E i trader in genere rispettano i primi due.
Il legislatore ha deciso di proteggere gli investitori generici da questo tipo di strumenti perché sono poco liquidi e quindi più rischiosi dei bond emessi da grandi imprese.
Le specifiche delle emissioni. Ma quali sono le opportunità offerte dai minibond? La cosa più interessante è ovviamente la cedola, punto di partenza per scegliere. Secondo Minibonditaly, portale specializzato curato da Andrea Silvello che redige un rapporto semestrale su questo strumento finanziario, il tasso di interesse medio è del 6% annuo (con un minimo del 4% e massimo dell'8%) con una scadenza, sempre media, di 6,4 anni. Il corrispondente titoli italiano governativo, sempre sulla scadenza a sei anni, rende poco sotto l'1%, lo 0,97%.
Naturalmente si tratta di tassi lordi, soggetti come tutte le altre attività finanziarie a una ritenuta fiscale del 26%.
Quanto alle modalità di rimborso, la metà delle emissioni prevedono un piano di ammortamento, quindi con rimborsi anticipati a scelta dell'emittente. L'altra metà invece ha rimborsi a scadenza fissa.
L'emissione media è di poco superiore a 10 milioni di euro, un ammontare che non consente molta liquidità a questo tipo di strumenti finanziari.
Il fatturato medio dell'emittente è di circa 80 milioni di euro.
Quanto al numero di minibond in circolazione, «il 2014 si è chiuso con 54 emissioni, in netta crescita rispetto alle 11 dell'anno precedente», ha spiegato Andrea Crovetto di Epic sim. In valore nel 2014 le emissioni hanno raggiunto un importo i 630 milioni di euro, mentre nel 2013 non superarono gli 89 milioni.
Per avere un'idea del rapporto fra rating e cedola può essere utile ricordare che le ultime emissioni BBB+ sono state lanciate sul mercato con una cedola tra il 5 e il 6,50%, mentre le BB+ dell'8%.
Le criticità. Fin qui le opportunità. Quanto ai limiti si tratta di investimenti con una scarsa liquidità, il che vuol dire che chi volesse vendere ante scadenza potrebbe trovare difficoltà nella ricerca di un compratore a un prezzo congruo. La prospettiva ideale è quella di portare a scadenza lo strumento finanziario, anche perché la maturity media come visto è di 6,4 anni, quindi si tratta di impieghi di medio periodo e non di lungo. Le stesse problematiche le incontrano comunque anche gli investitori istituzionali, come i fondi di investimento, che si trovano di fronte a riscossioni e sottoscrizioni frequenti da parte dei sottoscrittori.
Un altro problema è relativo al flusso informativo, in genere scarso, persino per quanto riguarda il rating, che è uno degli elementi essenziali per guidare nella scelta di un investimento: le emissioni sotto i 50 milioni di euro corredate da rating è solo del 20%, in pratica 1 su 5.
Per quanto riguarda la trasparenza, il management deve sottostare a precisi impegni e comunicare al mercato tutti i fatti aziendali rilevanti. I bilanci, poi, saranno certificati e pubblicati sul sito web.
Un mercato in crescita. Le opportunità di investimento in minibond dovrebbero moltiplicarsi nel corso del 2015. In Italia è poi partito lo stesso processo di disintermediazione bancaria che già da tempo attraversa i sistemi finanziari evoluti. Detto più semplicemente, fatto 100 il credito alle pmi negli Stati Uniti, solo il 30% arriva dalle banche, mentre il resto viene raccolto attraverso diversi strumenti finanziari compresi i minibond. Il rapporto è analogo in tutti i Paesi di cultura finanziaria anglosassone, ma non fa eccezione neanche la Germania, Paese che pure ha tradizioni economiche molto più vicine a quelle tricolore, anche se per ora con proporzioni più ridotte rispetto agli Usa. In Italia il sistema è completamente ribaltato con il 92% del credito concesso alle imprese che arriva dal canale bancario.
La concentrazione del credito alle piccole medie imprese attraverso il canale bancario ha finito per penalizzare anche i meccanismi di politica monetaria, nel senso che i tassi di interesse della banca centrale sono sui minimi storici (0,05%), mentre i tassi medi dei prestiti alle imprese sono ancora decisamente alti, quasi inaccessibili per le società con basso merito di credito. Il rischio Paese non c'entra nulla, visto che le grandi imprese tricolore stanno facendo a gara a emettere bond proprio per beneficiare dei tassi molto bassi.
Molti i vantaggi materiali per gli emittenti. Deducibilità fiscale degli interessi, criterio di cassa per le commissioni di strutturazione del bond, allineamento del trattamento fiscale degli interessi per gli investitori analogo a quello delle obbligazioni delle grandi imprese sono state le misure di carattere tributario adottate per solleticare l'interesse delle imprese. Accanto a questi incentivi fiscali se n'è aggiunto uno di natura civilistica: non esiste più un limite all'ammontare finanziato. La disciplina di favore è stata poi completata con un'imposta sostitutiva dello 0,25% sull'ammontare delle garanzie di rimborso del debito. Quando ci sono. (riproduzione riservata)