Non proprio tutto è da buttare a mare nel contesto obbligazionario. Come si evince dal grafico a dispersione in pagina, alcuni sottostanti obbligazionari sono certamente da evitare, quantomeno in termini di redditività attesa, mentre altri esprimono tutt’oggi potenzialità interessanti, a fronte ovviamente di maggiori rischi. I fattori che permettono di portarsi a casa anche oggi rendimenti attesi degni di nota sono il rischio di credito e di cambio, e parzialmente la duration. Scorrendo la graduatoria in termini di interesse, l’area euro appare la più critica, al di la della funzione di hedging per i bond di alta qualità che può innescarsi in momenti di mercato delicati. I corporate bond in euro evidenziano per duration corte, inferiore ai 2 anni, yield negativi, e anche estendendo la duration a oltre 5 anni ci si porta appena sopra lo zero. Attorno a questo valore troviamo anche i bond governativi (paniere diversificato) in euro, nonostante si impenni la duration, ed anche le emissioni di Stato britanniche si fermano allo 0,3% annuo, nonostante il rischio valutario. Alzando un filo l’asticella ci si incappa nei Btp italiani, che solo portando la scadenza attorno ai 10 anni rendono poco più dello 0,5% annuo. Qui chiaramente è il rischio Paese (ovvero di credito) a fare da determinante, e la redditività sappiamo essere limitata in modo quasi innaturale dalle azioni altamente accomodanti adottate dalla Bce. Per incassare l’1% annuo oggi si può guardare alel emissioni statali Usa, che incorporano però una alta duration e il rischio di deprezzamento del dollaro Usa, elemento quest’ultimo che sta togliendo performance per chi ragiona in euro. Più interessante senza dubbio la categoria dei bond corporate in valuta statunitense, sempre di livello investment grade, che su duration inferiori a 5 anni rendono l’1,2% annuo ma si spingono ad un interessante 2% per duration vicine ai 10 anni; se si volesse abbracciare anche il rischio di credito selezionando specifiche emissioni, anzichè portafogli diversificati, tale redditività aumenterebbe ulteriormente. Ma è sopra il 2% annuo che si gioca la vera partita, a partire dalle emissioni governative dei Paesi emergenti denominate in dollari Usa, che offrono uno yield interessante (2,2% annuo) già sulle scadenze corte (duration prossime a 2,5 anni), ma salgono ad un invidiabile 3,9% annuo per duration vicine a 9 anni. Anche qui chiaramente il rischio di deprezzamento del dollaro Usa rispetto all’euro è palpabile, ma se si parte da una componente di redditività vicina al 4% annuo diventa molto più sopportabile e gestibile. E tra tali estremi si collocano altri strumenti oggi appetibili. Come i corporate high yield in euro, che rendono per scadenze corte (duration di 3,1 anni) il 2,8% annuo, ma anche i bond di livello non investment grade denominati in dollari Usa, che con duration simili esprimono uno yield del 3,4% annuo. Un’altra componente di performance abbiamo detto essere il rischio di cambio, che per le emissioni dei Paesi emergenti permette di alzare ulteriormente l’asticella rispetto alle obbligazioni emergenti espresse in dollari Usa. In termini diversificati sulle duration prossime a 6,5 anni si può incassare il 3,5% annuo, ma nel grafico viene messo in evidenza l’interessante caso delle emissioni governative cinesi in valuta locale (yuan). Che rendono il 3,2% annuo sulle duration di poco superiori a 5 anni, e possono vantare un rating di tutto rispetto di livello investment grade (singola A) e una correlazione non elevata rispetto alle dinamiche di altri benchmark obbligazionari di riferimento. Nonostante si tratti di una scelta mirata, e non diversificata su più Paesi, questa tipologia di investimento inizia a prendere piede con forza nei portafogli internazionali, anche per via di un mercato in continua espansione. La buona performance del 2020, prossima al 10%, è imputabile anche alla stabilità del cambio. Infine, per gli amanti del rischio si mettono in pagina scelte ad altissima volatilità, rappresentate dalla emissioni governative indiane, brasiliane e russe; da cui si comprende quanto premio possa derivare dalla scelta di singoli Paesi anziché portafogli di emissioni emergenti diversificati, ma il timing errato può costare molto caro. (riproduzione riservata)