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Azioni 2020, chi parte in pole position

di Massimo Brambilla
25 gennaio 2020, 02:04

Milano Finanza Intelligence Unit

Mentre i mercati dell’Eurozona arrancano, con l’eccezione del Dax che tenta di forzare i record, le promesse del nuovo anno proseguono la marcia guidate da Wall Street

Azioni 2020, chi parte in pole position

Se il buongiorno si vede dal mattino, allora il primo mese dei mercati azionari internazionali ha confermato in pieno le aspettative sulle mete più interessanti del nuovo anno. Il cardine rimane Wall Street, visto che la relativa avanzata, o almeno la sua tenuta, è un’importante condizione rialzista a livello globale: numerosi fattori, economici e monetari, indicano che la piazza Usa avanzerà anche nel 2020, onorando la statistica che la vede storicamente in guadagno negli anni elettorali, anche se il possibile indebolimento del dollaro potrà erodere una parte delle plusvalenze per gli investitori esteri. Peraltro, la solida marcia del mercato azionario statunitense, scandita da nuove vette raggiunte in settimana sia dall’S&P500 e sia dal Nasdaq grazie alle trimestrali diffuse finora risultate in gran parte superiori alle aspettative, sta trainando solo marginalmente l’Eurozona: solo il Dax di Francoforte, l’indice più avanti tra le principali piazze azionarie della moneta unica, ha inaugurato di misura nuovi record storici varcando nella settimana appena conclusa il precedente massimo di gennaio 2018 a 13.597 punti, spinto da un insieme di settori sufficientemente ampio da poterne sostenere l’allungo, tra cui la tecnologia, le utility, il comparto della salute e selettivamente dai beni consumo. In Francia il Cac si trova a un passo dal test con il picco del 2007 a 6.168 punti, il cui probabile superamento aprirebbe la strada verso il record storico del 2000 segnato a quota 6.944. Molto più indietro si trovano l’indice spagnolo e soprattutto quello italiano, visto che il movimento laterale del Ftse Mib degli ultimi 10 anni non è ancora riuscito a portarlo al di fuori dei minimi del 2009 e del 2012, necessitando del superamento dell’importante resistenza a 24.600 punti, attaccata più volte nell’ultimo decennio ma mai conquistata, per attirare nuova domanda grazie agli ampi spazi di avanzamento che da lì si aprirebbero.

E’ chiaro quindi che nella ricerca del rendimento le azioni dell’Eurozona, con la sola eccezione del Dax o più in generale con l’eccezione di alcuni settori particolarmente attraenti (tecnologia e IT, energie rinnovabili, salute), non vengono ancora generalmente considerate come una valida alternativa al pari di Wall Street e, più di recente, rispetto ai principali Paesi emergenti, almeno fino a quando l’economia non fornirà i primi presupposti che il rallentamento possa essere alle spalle. Sull’Italia, in particolare, l’assunzione di rischio viene saturata dagli acquisti di Btp, visto il rendimento positivo che loro malgrado sono in grado di offrire, mentre i riflettori rimangono accesi sulle altre due principali piazze al di fuori dall’euro: da un lato c’è quella svizzera, che anche nella settimana appena conclusa ha inaugurato nuovi massimi storici proseguendo l’allungo partito lo scorso novembre; dall’altra c’è quella britannica: dopo il balzo di dicembre che ha riportato il Ftse100 sull’ultima resistenza che lo separa dal record del 2018 a 7.900 punti, la City promette ora un nuovo spunto assieme alla sterlina, se verrà dissipata l’incertezza riguardante la Brexit.

In Asia Tokyo mantiene intatto il suo appeal, sia per il ruolo di moneta rifugio ricoperto dallo yen, che è in grado di smorzare eventuali deprezzamenti azionari su scala globale, e sia per le riforme strutturali attuate negli ultimi anni, che hanno consentito anche alla piazza nipponica, come a Wall Street, di iniziare a sfruttare i buyback azionari destinati a rafforzarsi in questo biennio, senza contare che le olimpiadi di questa estate costituiranno la giusta vetrina per sfoggiare le tecnologie più avanzate di cui Paese è pioniere assieme agli Usa. Non è un caso che il Nikkei, forte del primo accordo commerciale Usa-Cina, si sia apprezzato del 20% da settembre a oggi riportandosi in prossimità di quota 24.500, massimo del febbraio 2018 inviolato dal 1992, al di sopra del quale si aprirebbe spazio per l’obiettivo in area 27.000-28.500 punti.

Assieme a Tokyo gli occhi sono anche saldamente puntati sui mercati emergenti, Cina in testa: dopo il primo accordo di riduzione dei dazi, e dopo gli interventi rilevanti di politica monetarie e fiscale, l’opinione diffusa è che il rallentamento della congiuntura possa essere alle spalle e soprattutto che la valuta cinese sia destinata a un sensibile apprezzamento in questo biennio, forte del peso crescente nelle transazioni in tutta l’Asia e della possibilità che a breve venga inserita a pieno titolo tra le riserve delle relative banche centrali. Il +8% messo a segno dal Csi300 dall’inizio di dicembre a oggi gli ha consentito di varcare il picco dello scorso aprile, aprendo nuovi spazi di avanzamento con un primo obiettivo a quota 4.400 (+6,5% rispetto a 4.130 punti attuali) a cui si può aggiungere la rivalutazione del cambio, mentre il picco del 2015 arriva fino a 5.353 punti. Ancora più tonici sono gli indici azionari delle altre tre principali piazze emergenti: il Sensex indiano ha messo a segno +15% da ottobre, ritoccando progressivamente a partire da novembre i record storici raggiunti in giugno, mentre l’indice di Mosca ha guadagnato il 30% da settembre e il 15% da inizio dicembre, risultando ancora distante dalla  principale resistenza che lo separa dal record storico del 2008 e con aspettative di rafforzamento del cambio. Ancora più eclatante è l’andamento dell’indice Bovespa, che in settimana ha nuovamente ritoccato i record storici. Più in generale, le aspettative sono nettamente positive per i mercati emergenti nel complesso, con un’attenzione particolare per quelli asiatici grazie alla possibilità di gestire meglio la volatilità e per la Russia in termini di rapporto tra attese di rendimento e rischio, richiamando risorse crescenti sui relativi mercati azionari (e obbligazionari) finalizzate a raggiungere ritorni superiori a quelli stimati per i listini dei Paesi sviluppati. (riproduzione riservata)



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