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Il mancato rispetto del taglio alla produzione ha portato al crollo del greggio

Avvertimento dei mercati all’Opec

MF - Numero 089 pag. 20 del 09/05/2017

Milano Finanza Intelligence Unit

Decisivo sarà il meeting del cartello il 25 maggio a Vienna Ma le pressioni al ribasso vengano anche dalla produzione di shale in pieno recupero e dal record di riserve negli Usa

Messaggio forte e chiaro la scorsa settimana al cartello dell’Opec: attenti a scherzare con il fuoco. La rottura ribassista del triangolo che ingabbiava i prezzi del greggio Wti dall’aprile 2016, con conseguente crollo delle quotazioni, è sembrato un monito del mercato all’Organizzazione dei Paesi produttori riguardo una possibile perdita di credibilità del loro tentativo di ridurre la produzione mondiale. I membri dell’Opec stanno prendendo troppo alla leggera gli accordi siglati nel dicembre 2016 a Vienna sulla riduzione di 1,4 milioni di barili di greggio al giorno. Gli analisti di Morgan Stanley hanno fatto notare come i registri delle spedizioni indichino che le esportazioni sono finora diminuite di meno di 1 milione di barili. Una leggerezza che non è passata inosservata, soprattutto alla luce del fatto che ormai l’Opec non è più l’unico attore a fare il bello e il cattivo tempo sui prezzi del greggio.
Dopo essere diventati (grazie allo shale oil) uno dei maggiori produttori di oro nero al mondo, gli Stati Uniti stanno giocando la loro partita, approfittando del taglio Opec per aumentare il più possibile la propria produzione e recuperare quote di mercato.

Con il passare del tempo, la tecnologia usata per l’estrazione del greggio da scisto sta diventando sempre più efficiente ed economica. Fino all’anno scorso, gli impianti da scisto erano redditizi con un prezzo del greggio sopra i 60 dollari al barile, mentre adesso già con prezzi tra 45 e 55 dollari al barili molti campi sono profittevoli. Lo conferma anche l’indice Baker Hughes Rig Counts (pubblicato da Baker Hughes, società americana attiva nei servizi per gli operatori dell’oil & gas) che settimanalmente calcola la variazione del numero d’impianti petroliferi negli Usa. Nella sola settimana tra il 28 aprile e il 5 maggio scorso, l’indicatore ha evidenziato che sono stati inaugurati 7 nuovi campi d’estrazione sul suolo americano, fissando il totale a 877 impianti, e rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente l’incremento è stato addirittura di 462 unità. Storicamente il minimo di questo indicatore è stato raggiunto nell’ultima settimana del maggio 2016, quando gli impianti attivi erano 404, mentre il massimo è stato raggiunto nella prima settimana del novembre 2011 quando gli impianti attivi erano 2026.


La ripresa dell’attività di estrazione non è il solo fatto importante in grado di orientare l’operatività dei trader sul petrolio. C’è da considerare anche l’elevato livello delle riserve Usa, attestate al record assoluto con oltre 530 milioni di barili a fronte dei 350 milioni del 2014, nonostante la diminuzione oltre le attese della settimana scorsa di 4,15 milioni di barili rilevato dall’American Petroleum Institute. Alla luce di questi fattori prende sempre più importanza l’incontro tra i membri Opec che si terrà a Vienna il prossimo 25 maggio. Con il movimento ribassista della settimana scorsa, il mercato ha avvertito il cartello sulla necessità di aumentare il taglio della produzione e nonostante l’ottimismo che esibisce il segretario generale Opec, Mohammad Sanusi Barkindo, non è per nulla scontato che si trovi un nuovo accordo tra tutti i produttori, Opec e non. Non bisogna dimenticare che ci sono altri big player fuori dall’organizzazione che potrebbero non aderire a un altro taglio della produzione.

La Russia per esempio non ha ancora fatto sapere se si allineerà alla futura decisione dell’Opec, mentre l’Iran si è mostrato possibilista sull’adesione alla strategia del cartello. Ma tra il dire e il fare…  Sotto il profilo tecnico, dopo la rottura a 47,80 dollari del limite inferiore del triangolo che ingabbiava i prezzi del greggio Wti dall’aprile 2016, il greggio è partito al ribasso rompendo il supporto statico di medio termine a 47 dollari, arrestando la discesa sul minimo di 43,6 dollari salvo poi recuperare e chiudere la settimana poco sopra i 46 dollari al barile. Come da manuale di analisi tecnica, il prezzo del greggio ieri ha continuato il rimbalzo andando a raggiungere il livello di 47 dollari al barile, ossia il ri-test del supporto statico (ora diventato resistenza), per poi riprendere la discesa e terminare le contrattazioni a ridosso dei 46 dollari. Il petrolio teoricamente dovrebbe ora subire un’ulteriore fase discendente con obiettivo di medio termine a 42,83 dollari, dove stazionano i minimi relativi del 20 settembre e del 14 novembre 2016. Tuttavia, non è escluso che il minimo del 30 novembre 2016 a 45,20 dollari possa funzionare questa volta da pavimento, al contrario di quanto successo lo scorso 5 maggio quando probabilmente gli operatori hanno voluto forzare il movimento short per far saltare gli stop loss dei trader. È possibile adesso che il greggio inauguri una fase laterale, compresa in un trading range con limite inferiore individuato a 45 dollari e il limite superiore a 47,5 dollari.

Tale fase si potrebbe protrarre fino all’incontro del 25 maggio dell’Opec. Sarà infatti quello il vero spartiacque che deciderà il trend di medio termine del Wti. «In assenza di novità geopolitiche inaspettate, che provochino distorsioni, è possibile che il prezzo del greggio si muova in laterale», ha spiegato Giancarlo Dall’Aglio, formatore e trader sulle materie prime. «Tuttavia mi aspetto che il trading range sia più ampio. Per questo la mia attuale strategia prevede la vendita di opzioni call su prezzi d’esercizio molto out of the money (70 a salire) e di put anch’esse out of the money su strike da 35 a scendere». Con questo tipo di operatività, il trader si assicura un guadagno se il prezzo non va oltre 70 dollari o non scende sotto i 35 dollari. «Naturalmente le strategie possono essere semplici o complesse a seconda del grado di rischio presente», ha continuato Dall’Aglio, «e soprattutto la gestione del rischio deve essere sempre attiva, con possibilità di approntare strategie correttive o di modificarle se le condizioni di mercato dovessero mutare”. (riproduzione riservata)



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