L’improvvisa battuta d’arresto pagata dai principali listini mondiali sul finire dell’ultima ottava ha riportato d’attualità la logica di un’operatività ribassista, che i mercati azionari avevano di fatto accantonato dall’esplosione della crisi sanitaria legata al Covid-19 dello scorso anno. Dopo il picco negativo di metà marzo 2020, tutte le borse internazionali hanno infatti trovato lo spazio per una solida progressione rialzista, disinnescando puntualmente ogni tentativo di correzione, complici anche gli interventi coordinati delle banche centrali. E non è un caso che nel momento in cui dalla Fed sono arrivati i primi segnali di un cambio di rotta, i mercati abbiano iniziato a vacillare. È bastato poi la Bce annunciasse anche solo una revisione del target sull'inflazione che la scossa ribassista è deflagrata in modo eclatante nella giornata di giovedì.
A livello operativo, le strategie ribassiste non sono facilmente perseguibili, ma il mercato dei certificati offre diverse alternative in questo senso. In primis, per un approccio più strettamente speculativo, si può guardare con interesse ai prodotti di tipo leverage, che tra le loro fila contano diversi esemplari votati a una logica short. Si distinguono tra certificati a leva fissa e certificati a leva dinamica: i primi consentono di moltiplicare per un coefficiente prefissato la performance giornaliera del sottostante e sono adatti essenzialmente a un’operatività di brevissimo termine. Per esempio un Leva 7 Short sul Ftse Mib moltiplica per sette la performance giornaliera dell’indice di piazza Affari, con una logica però inversa, cioè un eventuale ribasso del listino domestico pari all’1% si tradurrebbe in un guadagno del 7% per il certificato e viceversa. Questa relazione vale però solo all’interno della singola seduta e quindi l’efficienza di questi prodotti è effettiva quasi solo nel trading intraday. I certificati a leva dinamica (Turbo & Short e Mini Future) possono invece adattarsi a un’operatività più ampia, ma sono vincolati a un livello barriera di tipo continuo che, se toccato, comporta l’estinzione dello strumento e, nella maggior parte dei casi, la perdita integrale del capitale investito: l’ammontare della leva dipende proprio dalla distanza della barriera, quindi si può gestire il rischio di knock-out orientandosi verso soluzioni con leva più bassa, che offrono un margine maggiore. In questo caso la relazione con il sottostante si esprime in termini di prezzo, non di performance, per cui se l’indice scende di 100 punti, il certificato sale di un analogo ammontare ed è un meccanismo che mantiene la sua efficienza anche su orizzonti temporali più ampi.
Sempre tra i prodotti a leva si possono ricondurre anche gli “Stay Down”, che non hanno però una logica lineare. Sono classificati come strumenti esotici e quindi riconosciuti come molto complessi, ma in effetti sono forse più facili da capire di altre strutture più comuni. Di fatto esprimono una scommessa sul fatto che un certo sottostante non superi al rialzo una soglia prefissata in un determinato lasso di tempo: letteralmente la denominazione “Stay Down” indica che il prezzo dell’asset di riferimento deve sempre “rimanere sotto” il limite prestabilito: se questa condizione viene rispettata il prodotto viene rimborsato a un prezzo fisso pari a 10 euro, mentre in caso contrario lo strumento si estingue e il suo valore si azzera. L’aspetto interessante riguarda proprio l’interpretazione del prezzo di questi prodotti, che di fatto ne esplicita la probabilità di successo a scadenza: per esempio, un prezzo pari a 5 esprime una probabilità di successo del 50%, un prezzo pari a 7 una probabilità del 70%. Si può facilmente comprendere perché non esista una relazione lineare rispetto all’andamento del sottostante, dal momento che il rimborso finale è univoco e non proporzionale allo scenario di mercato. Questo però rende non essenziale avere un aspettativa ribassista accompagnata da un chiaro obiettivo di prezzo: piuttosto è sufficiente avere una ragionevole confidenza sul fatto che nell’arco di tempo interessato dall’investimento il sottostante non sia sostenuto da una tendenza positiva.
Un’ultima opportunità arriva infine dai certificati d’investimento e in particolare dai Reverse Bonus Cap: attualmente sul SeDeX sono quotati solo da Unicredit e la scelta non è molto ampia, anche per il fatto che il trend rialzista degli ultimi mesi ha spinto molti sottostanti oltre la barriera. La logica non è molto lontana da quella degli Stay Down, nel senso che anche questi prodotti pagano un prezzo fisso a scadenza se il sottostante non supera al rialzo un limite massimo prefissato. Non sono però strumenti speculativi, nel senso che il loro prezzo di mercato non subisce escursioni molto ampie; anzi, è tendenzialmente meno volatile rispetto a quello dell’asset di riferimento. Inoltre, in caso di evento barriera il loro valore non si annulla: in caso di knock-out non garantiscono più alcun rimborso minimo e diventano come dei benchmark short, cioè replicano linearmente l’andamento del sottostante, sempre con una logica inversa. (riproduzione riservata)