Le stime sul pil da parte del Fondo monetario internazionale parlano chiaro: la crisi pandemica, che ha impattato grandemente sulle economie dei Paesi più industrializzati, porterà i mercati emergenti a sorpassare il pil dei G7, cioè Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia assieme. Nel 2020, infatti, il prodotto interno lordo dei sette big arretrerà complessivamente del 5,9%, appesantito dal -5,3% del Giappone e soprattutto dal -8,3% dell’Eurozona. Gli emergenti, invece, fletteranno solo del 3,3%, portando il relativo pil a quota 40mila miliardi di dollari, che si confronta con i 38mila miliardi dei Paesi G7. Il sorpasso non sarà causato solo dall’inciampo pandemico di quest’anno, dove i Paesi asiatici, Cina in testa, sono riusciti a lasciare alle spalle l’emergenza sanitaria in tempi più brevi: nel rimbalzo economico del 2021, e nel quadriennio successivo, gli emerging market cresceranno a tassi quasi doppi rispetto alle economie avanzate, distanziandole sempre di più. Non solo: il relativo debito pubblico in rapporto al pil è notevolmente più basso, la metà rispetto a quello dei G7. Il loro debito è reso ancora più sostenibile, oltre che dalla più vigorosa crescita economica, dal dollaro in indebolimento e da un’inflazione due volte superiore, che giustifica rendimenti proporzionalmente più elevati sul fronte obbligazionario in valuta locale.
In un mondo fatto da 17mila miliardi di dollari di bond governativi con rendimenti negativi, destinati ad aumentare per effetto dei quantitative easing, i mercati emergenti costituiscono la strada sempre più battuta nella diversificazione dei portafogli obbligazionari e azionari (+14% l’indice Msci EM da inizio anno, trainato dal +20% degli EM Asia, che si confronta con il +12% dei G7 e +10% dell’indice azionario mondiale). L’intento è la ricerca di rendimenti più alti in rapporto al rischio e poiché il dollaro è visto in deprezzamento, anche contro euro, l’investimento più opportuno sui mercati emergenti riguarda le attività obbligazionarie denominate in valute locale, mentre quelle azionarie lo sono per natura.
Il ruolo del dollaro e della Fed. La flessione del dollaro giocherà un ruolo fondamentale nel prossimo biennio, sostenendo con più forza i Paesi emergenti come meta d'investimento nel 2021-2022. La debolezza del biglietto verde, che rende più leggera la quota di indebitamento in dollari presente in forma più o meno ampia nei bilanci pubblici di questi Paesi, nasce dall’orientamento monetario della Fed previsto ancora accondiscendente nel prossimo biennio: tassi fermi a zero e un bilancio molto dilatato dal quantitative easing, avendo implicitamente dichiarato di accettare un’inflazione superiore al 2% prima di rialzare i tassi (anche a costo di targetizzare la curva dei rendimenti come sta facendo il Giappone, si potrebbe aggiungere). D’altronde si ha ben presente quanto accaduto nel 2013, quando l’annuncio a sorpresa di una graduale riduzione del quantitative easing (tapering) aveva procurato l’impennata dei rendimenti reali dei bond americani e contemporaneamente la caduta delle valute e dei listini emergenti. Oppure la marcata flessione di questi ultimi nel 2015, in sintonia con le prima strette ai tassi Usa, provocando una brusca inversione degli emerging market dopo il forte rialzo di borsa partito nel luglio 2014 in scia all’ampia flessione del dollaro varata da giugno 2014.
Assodato quindi che la politica della Fed favorirà il mini dollaro, di cui beneficeranno i mercati emergenti, solo una crescita economica americana ben più vigorosa degli altri principali Paesi, per altro non attesa per i prossimi anni, potrebbe ridare fiato al biglietto verde. O qualora ritornasse una forte avversione al rischio sui mercati internazionali, ipotesi che è da escludere dal punto di vista pandemico se i piani vaccinali e la relativa efficacia marceranno come previsto.
Quali emergenti. Pur assistendo al superamento in termini di pil, la capitalizzazione di questi listini e il relativo panorama di titoli liquidi, acquistabili cioè in quantità consone agli investitori istituzionali, non è di spessore paragonabile a quello dei mercati più avanzati. Questo li rende più volatili, e quindi più rischiosi, e non tutti agevolmente praticabili. Per cui è spesso opportuno orientarsi verso prodotti (Etf quotati sul mercato EtfPlus di Borsa italiana o fondi d’investimento) riferiti alle tre principali aree valutarie in cui Msci, il produttore leader negli indici azionari mondiali, suddivide in prima battuta gli emerging market: l'Asia, dove la tecnologia e l’industria ricoprono un ruolo rilevante e dove il peso della Cina è nell’ordine del 50%, seguito da quote significative relative a India, Corea e Taiwan; l'America Latina, sostanzialmente dominata da due terzi di titoli brasiliani e un terzo di titoli messicani; l'Emea (ovvero Europa, Medioriente e Africa), solitamente rappresentata nei prodotti finanziari da un'ampia maggioranza di titoli russi seguita da titoli sudafricani, turchi e anche sauditi, dove l'economia della Russia e quella saudita sono correlate significativamente alla produzione (e quindi ai prezzi) di petrolio e gas naturale, come peraltro Brasile e Messico.
I mercati dei singoli Paesi sono invece percorribili solo quando hanno uno spessore minimo adeguato: tra gli emergenti asiatici si possono individuare, sempre nell’ambito della classificazione Msci, la Cina (+24% il relativo indice azionario Msci da inizio anno), l’India (+14%), la Corea (+27%), Taiwan (+24%), l’Indonesia (-7%) e parzialmente la Malesia (-1%). In ambito Emea si ritrovano la Russia (-3%), la Turchia (+8%) e il Sudafrica (-1%). Mentre il Messico (+1%) e soprattutto il Brasile (+1%) sono le piazze praticabili dell'America Latina, entrambe molto legate alla produzione di materie prime, petrolio in testa.
Date le considerazioni appare evidente che l’area asiatica, oltre a generare più del 50% del pil degli emergenti con tre Paesi in testa alla graduatoria globale (Cina, India e Corea) e un quarto poco distante (Indonesia), è quella meno soggetta alla ciclo economico globale a cui sono invece esposte le altre due aree emergenti. Per questo l’Asia è la favorita tra tutti gli investitori istituzionali, con la Cina a un indiscusso primo posto sia per gli impieghi azionari e sia per quelli obbligazionari, supportata da una previsione di rafforzamento dello yuan. L’Emea, soprattutto la Russia seguita nelle preferenze dalla Turchia (più volatile a causa dei rating molto più bassi), potrà essere presa in considerazione non appena si inserirà il rimbalzo delle principali economie occidentali, quindi non prima del secondo trimestre del 2021. La stessa cosa potrebbe dirsi per l’America Latina, ovvero Brasile e Messico, ma in questo caso il sentiment rileva più freddezza, almeno in tema azionario. (riproduzione riservata)
