Vanguard propone Etf su bond emergenti
La schiera di prodotti indicizzati all’obbligazionario emergente in dollari si arricchisce del recente listing a TER competitivo
Il movimento a V che ha caratterizzato i mercati negli ultimi mesi ha interessato anche l’asset class obbligazionaria emergente. Volendo contestualizzare questa dinamica, si può riassumere questo rinnovato ottimismo come conseguenza del voltafaccia attuato dalla Fed e della netta schiarita della guerra commerciale Usa-Cina. In termini di prodotti indicizzati, l’offerta a disposizione degli investitori italiani si è da poco arricchita del prodotto Vanguard USD Emerging Markets Gov. Bond. Approfondiamo le caratteristiche di questo elemento per il quale spicca, come spesso accade per tutto quanto è targato Vanguard, il costo particolarmente contenuto. Il TER dell’Etf è infatti limitato allo 0,25% annuo, rispetto ad esempio allo 0,45% di iShares JPM USD EM Bond. In merito all’indice sottostante la diversificazione è particolarmente elevata, grazie a oltre 1240 obbligazioni (in 88 Paesi). I criteri di inclusione dei titoli e dei Paesi includono la classificazione degli Stati candidati, la size minima delle singole emissioni (almeno 500 milioni di dollari) e i requisiti legati alla scadenza minima (almeno un anno di vita residua). Vanguard ha inoltre optato per la versione a distribuzione mensile dei dividendi, con le consuete due settimane circa di lasso di tempo tra la data di stacco cedola e l’effettivo flusso monetario in conto corrente. Il prodotto è quindi particolarmente adatto a coloro che cercano un flusso costante sul conto corrente, per integrare altre fonti di reddito. Il benchmark è peraltro rappresentato dall’indice Bloomberg Barclays EM USD Sovereign + Quasi-Sov, che non include solo emissioni governative. I bond quasi-sovereign sono rappresentati da emissioni che presentano la garanzia statale o dove lo Stato ha almeno il 50% del capitale societario. Non sono invece previsti emittenti sovra-nazionali. Il portafoglio è a replica fisica a campionamento, composto da 813 emissioni, con un rendimento a scadenza del 5,21% e una duration di 6,2 anni. Interessante la distribuzione dei rating, in quanto il valore medio di BBB- deriva dalla presenza di emissioni a rating A e AA per il 30% del portafoglio. Il 58% dei componenti è rappresentato da emissioni governative, seguite dal 15% circa di società energetiche, 9% istituti di credito, 5% utilities in tutti i casi a controllo statale,con quote residue di altri settori. I singoli Paesi a maggior rappresentatività sono il Messico (7,1%), Isole Vergini (6,4%), Indonesia (5,9%), Argentina (5%), Cina (4,9%). Per quanto riguarda l’utilizzo di questo sottostante ai fini della asset al location, Vanguard stessa suggerisce di guardare ai bond emergenti come ad valido un sostituto delle azioni più che di componenti fixed income tradizionali. Se infatti è palese che il rendimento, nel medio-lungo periodo, dei bond emergenti è più elevato rispetto alle emissioni dei Paesi sviluppati, non è detto che le metriche corrette per il rischio determinino un inequivocabile sbilanciamento verso la prima asset class. Dal 2002 alla fine dello scorso anno i bond emergenti denominati in dollari hanno sovraperformato l’azionario globale, e in ottica di rendimento-rischio sono dietro solo ai bond governativi sempre emessi in dollari Usa. E se l’asset class è interessante ma molto rischiosa, è necessario capire quale percentuale inserirne in portafoglio, e a scapito di chi. Vanguard distingue a tal proposito due tipi di investitori, ovvero di portafoglio modello di partenza, uno di tipo income (100% bond) e l’altro di tipo bilanciato (60% azioni e 40% bond). Aggiungendo quote via via crescenti di EM bond ai portafogli così identificati, si può comprendere fino a che punto ha senso inserire tale asset class, e quale è il vantaggio che si può ottenere. Per l’investitore income, il vantaggio in realtà non esiste in quanto se è vero che il rendimento aumenta, sale molto di più il rischio; le misure di rendimento corretto per il rischio sconsigliano di abbandonare i bond domestici o diversificati a favore dei soli emergenti, in quanto il rischio non sembra pagare in modo adeguato. Diverso il contesto per l’investitore in grado di accettare volatilità, che parte con un basket bilanciato 60-40. Rimpiazzando quote di azionario globale con bond emergenti si ottengono vantaggi in termini di rendimento-rischio, fino ad un livello che non si deve portare oltre il 50% circa dell’investimento, sacrificando circa il 30% di azionario e il 20% di fixed income standard. (Riproduzione riservata)