Vanguard propone Etf a massima diversificazione
Il nuovo prodotto guarda ad un indice obbligazionario che ingloba 25 mila titoli, e la copertura valutaria minimizza la volatilità
Tra le sfide più ardue per i gestori di patrimoni negli anni a venire c’è senza dubbio la scelta di dove allocare la componente a bassa volatilità. La problematica è ancora più evidente nell’area euro, caratterizzata da una pletora di obbligazioni che presentano un rendimento a scadenza negativo, elemento di per se sufficiente per dimenticarsi di tale asset class ma aggravato dal potenziale incremento dei rendimenti stessi. Connubio che rende assai arduo anche un posizionamento tattico, da parte dei navigatori delle curve dei tassi più scaltri. In ambito Etf l’offerta di prodotti continua però ad arricchirsi, e giustamente i provider di nuove iniziative stanno particolarmente attenti nel proporre sottostanti appetibili, in termini di gestione dei rischi e di aspettative di performance. Un modo per spalmare il più possibile il rischio di credito è naturalmente di appoggiarsi a indici particolarmente estesi in termini settoriali e geografici, elemento che permette implicitamente di raggiungere obbligazioni dalla redditività interessante che permette di dribblare le problematiche di rendimento dell’area euro. E in questo terreno si inserisce l’ultimo listing italiano di Vanguard, il colosso dei prodotti passivi low cost, che ha reso accessibile l’indice Bloomberg Barclays Global Aggregate nella versione coperta dai rischi di cambio. Il benchmark da replicare è estremamente diversificato, potendo contare su oltre 24 mila singoli bond che lo compongono, mentre l’Etf utilizza la replica fisica e si limita a inserire oggi in portafoglio circa 4300 obbligazioni, in grado comunque di spiegare al meglio la dinamica dell’indice originario. Il rischio di credito è molto contenuto non solo per via dell’elevatissimo numero di componenti, ma anche per la loro qualità creditizia. Il livello medio del giudizio delle agenzie di rating è infatti AA-, grazie al 42% di bond che esprimono rating tripla A seguiti dal 15% di AA e 22% di A. Interessante la segmentazione geografica, a cui però non è collegabile il rischio di cambio. Se il 42% delle obbligazioni sono statunitensi, Giappone e UK valgono il 10% e il 4,4%, mentre i Paesi core dell’area euro superano il 10%; buona la presenza anche di Italia (4% circa) e Canada, con il 2,4% di emittenti sovra-nazionali. La Cina vale l’1,2% del portafoglio. L’indice include inoltre un buon mix di bond governativi (52%) e corporate. Il rischio di cambio tende invece a scomparire del tutto rispetto all’allocazione geografica, per via della metodologia di hedging adottata nell’indice. Vengono utilizzati contratti forward ad 1 mese, non solo sull’esposizione dollaro Usa (prassi abituale) ma anche sulle rimanenti posizioni di divisa. In questo modo viene annullato il rischio dell’esposizione alle valute estere, e chiaramente le componenti in euro non comportano rischi di cambio. I costi delle coperture vanno però detratti dal rendimento a scadenza, per i pesi percentuali che essi rappresentano nell’indice, anche se per lo yen è oggi un onere sostanzialmente nullo. Lo yen peraltro spesso viene utilizzato dai gestori a fini di hedging contro eventi di mercato inattesi, fungendo da bene rifugio, al pari delle emissioni sovra-nazionali. Guardando alla duration, calcolata a 7,1 anni, si evidenzia che il 45% dei bond ha scadenza compresa tra 1-5 anni, e il 27% tra 5 e 10 anni. Il rendimento medio a scadenza (si ricorda che l’Etf non scade) viene stimato oggi all’1,5% annuo al lordo dei costi, senza il costo di hedging valutario sull’euro-dollaro che è variabile nel tempo in funzione del delta tassi tra le due aree geografiche, mentre il Ter non rappresenta un problema. Vanguard continua infatti a trarre forza dal livello commissionale eccezionalmente contenuto, che per questo Etf si colloca allo 0,1% annuo. La volatilità dell’indice si è posizionata stabilmente, negli ultimi cinque anni, nel range 2,5-2,7% su base annua, a conferma che i rischi di cambio non incidono sulla dinamica in euro del sottostante, e buona parte delle oscillazioni sono da imputare al rischio di tasso. L’utilità in termini di diversificazione rispetto all’asset class azionaria è evidente, confermata statisticamente da una correlazione pari a -0,28 negli ultimi due anni e -0,17 negli ultimi 5 anni, con beta chiaramente privo di significato. Il total return dell’indice nell’ultimo lustro è pari al 1,75% annuo, da cui detrarre i costi dei prodotti. (riproduzione riservata)