Blockchain non fa rima con criptovalute
Il nuovo Etf di First Trust fa leva sul nome Blockchain per attirare l’attenzione, ma di fatto è un settoriale IT globale.
Solitamente quando si parla di Blockchain vengono subito in mente le cosiddette criptovalute (o come sarebbe più corretto chiamarle criptocommodities), ma in realtà si tratta di cose molto differenti. Sinteticamente, con il primo termine ci si riferisce a una tecnologia che permette la condivisione di un grande database di informazioni, che sta prendendo piede in molto settori. Mentre quando si parla di cripto-valute ci si riferisce ad una specifica applicazione della tecnologia Blockchain, dove l’aspetto speculativo legato ai saliscendi (impressionanti) delle quotazioni di Bitcoin, Etherum, Ripple o quant’altro è il fattore catalizzante (per investirci i soldi che uno è disposto a perdere). Al di là dell’esistenza o della bontà di fondamentali per questo tipo di strumenti negoziati, ogni volta che si osserva un forte interesse da parte del pubblico (difficile chiamarli risparmiatori in questo caso) su un aspetto in qualche modo tramutabile in asset class di investimento, gli operatori di mercato subito si attivano per rendere disponibili prodotti finanziari di facile utilizzo da parte di chiunque. E il mondo Etf non si è mai lasciato scappare nulla, e di riflesso non stupisce che in settimana sia stato quotato a piazza Affari un prodotto passivo legato al mondo Blockchain – e non delle criptovalute-. Attenzione quindi a non prendere un abbaglio; chi acquista l’Etf First Trust Innovative Transaction & Process appena quotato non deve avere come punti di riferimento i saliscendi delle quotazioni delle criptomonete. Al contrario, la dinamica di questo indice sarà banalmente molto simile a un classo Information Technology mondiale, un fondo settoriale che punta alle aziende tecnologiche su scala globale con rischi di cambio non coperti. Il sottostante in termini tematici è in ogni caso interessante, anche se non si scosta molto da benchmark di settore già disponibili. Un numero crescente di industrie e istituzioni sta infatti cercando di incorporare la tecnologia Blockchain nei propri processi quotidiani. Questa consente a clienti e fornitori di connettersi direttamente, senza la necessità di un’entità centrale, come una banca o un istituto finanziario, per effettuare transazioni. L’industria è già oggi importante con ulteriori prospettive di espansione: nel 2016 sono stati investiti 1,4 miliardi di dollari in start-up relativi al mondo Blockchian, e la Banca Mondiale ha stimato spostamenti di denaro tramite tale tecnologia nel 2016 per circa 575 miliardi di dollari. Per quanto riguarda l’indice in senso stretto, il breakdown settoriale conferma tali indicazioni, fotografando ad oggi un peso delle aziende IT pari al 67% (23% computer, 21% semiconduttori, 23% software e internet), seguite dal 27% di titoli finanziari e quote residuali di altri settori. Ed infatti se analizziamo i dati di regressione e correlazione dell’indice sottostante all’Etf appena quotato rispetto ad altri benchmark troviamo conferma che si tratta di un classico Etf settoriale IT. La correlazione e il beta rispetto all’indice MSCI World IT sono prossimi a 1, mentre giustamente tali indicatori rispetto alle oscillazioni del Bitcoin risultano vicini allo zero. Ma qualcosa di diverso da un classico sottostante IT che permetta di cogliere, seppur parzialmente, il mega-trend della Blockchain ci dovrà pure essere. Guardando a come viene costruito l’indice replicato, ogni titolo nell'indice deve così soddisfare criteri di ammissibilità in base alla liquidità dei titoli e alle dimensioni delle società, e l’ammissibilità nel benchmark tematico deriva anche dal fatto che le aziende candidate sviluppino attivamente prodotti o sistemi tecnologici di tipo Blockchain, o siano fornitori o utilizzatori di servizi di tecnologia Blockchain. L'indice (ribilanciato ogni sei mesi) è volutamente limitato ad un numero massimo di 100 componenti, ma oggi nel paniere si contano circa ottanta società. In termini di rappresentatività dei singoli Paesi, gli Usa contano per il 41%, seguiti da Cina (7,4%), Germania (6,9%), Taiwan (6,7%), Giappone (4,2%), etc. Guardando ai singoli nomi che hanno il maggior peso, spiccano Intel (2,8%), Asus, Gemalto (2,7%) e Taiwan Semiconductor (2,7% ciascuna), Alibaba, SAP e IBM (2,6%), etc. L’attuale P/e del portafoglio è appena inferiore a 20, con un dividendo medio pari a 1,9% annuo, e il TER applicato allo strumento è abbastanza elevato, pari allo 0,65% annuo. (riproduzione riservata)