Un settore che vale complessivamente 600 miliardi di dollari, distribuiti su quattro verticali industriali rilevanti: comunicazioni satellitari, che generano ricavi per 159 miliardi, osservazione della terra (21 miliardi), sicurezza (16), navigazione satellitare (14). L’economia dello spazio è una delle più grandi frontiere dell’innovazione, come certificato anche dal fermento sul fronte dei brevetti, in cui è in corso una partita importante (ma spesso lontana dai riflettori) della sfida tra Stati Uniti e Cina.
Secondo quanto rilevato da uno studio congiunto di Università Liuc e Polimi School of Management, dal 2000 in avanti sono stati pubblicati 357.945 brevetti relativi alle tecnologie spaziali, con un tasso di crescita dell’88% tra il primo decennio e il periodo successivo.
Il tutto, sottolinea lo studio, grazie al boom della Cina, dove si è passati dai meno di 500 brevetti depositati nel 2000 ai quasi 17 mila attuali. Un fenomeno attribuibile a due fattori: da una parte le capacità spaziali sviluppate da Pechino negli ultimi anni. Dall’alttra, le politiche governative interne, comprensive di incentivi pubblici per chi avesse nuove tecnologie da brevettare.
E infatti, un altro aspetto molto interessante emerge andando ad esaminare le singole aziende con più brevetti: un mercato che, nel corso degli anni, ha visto il dominio dei due colossi americani Qualcomm e Boeing, entrambi sopra i 4 mila brevetti a testa. Seguono la giapponese Mitsubishi e la francese Thales, entrambe tra 3.500 e 4.000 brevetti.
In questo caso, le società cinesi appaiono più defilate: questo perché, spiega il report, nel gigante asiatico i protagonisti del settore non sono tanto le aziende private, quanto piuttosto i centri di ricerca accademici. Insomma, la sfida per lo spazio è una riedizione del confronto tra i paradigmi economici dei due Paesi. Solo il tempo (e il giro d’affari) sapranno dire quale dei due si rivelerà vincente. (riproduzione riservata)