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Volkswagen approva il maxi-piano: 100 mila tagli ma senza chiudere fabbriche, metà modelli e target 9% di margine
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Volkswagen approva il maxi-piano: 100 mila tagli ma senza chiudere fabbriche, metà modelli e target 9% di margine

04 settembre 2026, 08:30 Ultimo aggiornamento: 09:21

Il consiglio di sorveglianza approva all’unanimità la ristrutturazione. Volkswagen punta a 9 milioni di auto l’anno, dimezza la gamma e cerca nuovi utilizzi per quattro fabbriche tedesche

Volkswagen ha deciso: il colosso tedesco dell’auto sceglie di diventare più piccolo per tornare più redditizio ma almeno per ora non annuncia la chiusura di fabbriche. Il consiglio di sorveglianza del gruppo tedesco ha approvato all’unanimità il Future Plan 2030, il maxi-piano di ristrutturazione che prevede circa 50 mila ulteriori riduzioni di posti di lavoro, il dimezzamento della gamma e una drastica semplificazione dell’offerta. Il ridimensionamento complessivo sarò così nell’ordine delle 100 mila posizioni, considerando i programmi già avviati nei diversi marchi del gruppo.

L’obiettivo del ceo, Oliver Blume, è trasformare Volkswagen in un gruppo meno complesso e soprattutto più redditizio. Entro il 2035 il numero dei modelli sarà ridotto di circa il 50%, mentre varianti e configurazioni dovrebbero diminuire del 75%. In questo modo il gruppo punta ad aumentare i volumi per singolo modello, ridurre i costi di sviluppo e produzione e accorciare i tempi con cui si prendono le decisioni.

Obiettivo 9 milioni di auto e margine al 9%

La nuova Volkswagen punta a stabilizzare le vendite intorno a 9 milioni di vetture l’anno e raggiungere un margine operativo del 9% entro il 2030, contro il 3,8% registrato nel primo semestre 2026. Il target mostra quanto il piano sia ambizioso: nella prima metà dell’anno l’utile operativo è sceso dell’11,6% a 5,9 miliardi di euro, mentre il profitto netto è diminuito del 31% a 3,1 miliardi.

A pesare sui risultati sono soprattutto i dazi americani, il deterioramento del business cinese e i costi elevati, ormai insostenibili, della struttura produttiva europea. Blume aveva quantificato in circa 5 miliardi di euro l’anno l’impatto delle tariffe sul risultato operativo, mentre le consegne Volkswagen in Cina sono diminuite del 25,9% nel primo semestre.

Il gruppo prevede comunque di investire 135 miliardi di euro tra capex e ricerca e sviluppo nel periodo 2027-2031. Il Future Plan oltre che un programma di tagli è quindi anche una riallocazione del capitale verso prodotti, mercati e tecnologie considerate maggiormente redditizie.

Quattro fabbriche tedesche cercano un futuro

Il compromesso raggiunto nel consiglio di sorveglianza evita per il momento l’annuncio di nuove chiusure. Volkswagen non è però in grado di garantire assegnazioni produttive competitive di lungo periodo per quattro stabilimenti tedeschi: Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm, dove la produzione dei programmi attuali dovrebbe esaurirsi progressivamente tra il 2031 e il 2034. Il gruppo valuterà quindi utilizzi alternativi dei siti.

Entro giugno 2027 dovrà essere definito un nuovo piano complessivo per le fabbriche europee. Volkswagen stima che la propria capacità produttiva nel continente sia superiore alla domanda di oltre 500 mila vetture all’anno. Il piano approvato rappresenta comunque un compromesso rispetto alle ipotesi più radicali circolate nelle ultime settimane. Il management ha rinunciato almeno per ora a chiudere direttamente i quattro siti e il gruppo Volkswagen manterrà inoltre l’impegno a evitare licenziamenti obbligatori nel marchio principale fino alla fine del 2030.

Meno società e decisioni più rapide

La cura Blume riguarderà anche la struttura societaria. Volkswagen vuole ridurre di circa un terzo il portafoglio di partecipazioni e attività, attraverso cessioni o riallineamenti, e introdurre gerarchie manageriali più piatte per velocizzare le decisioni. In Nord America il gruppo concentrerà gli investimenti sui segmenti più redditizi, mentre in Cina dovrà adattarsi a una crescita del mercato più debole e nel frattempo aumentare le esportazioni verso i mercati emergenti.

L’accordo chiude almeno per il momento settimane di durissimo confronto tra management, sindacati, famiglie Porsche-Piëch e Bassa Sassonia. Il compromesso consegna a Blume il mandato per avviare la più grande trasformazione industriale nella storia recente del gruppo ma lascia aperta la domanda: una Volkswagen più piccola riuscirà davvero a diventare abbastanza redditizia da recuperare il terreno perso contro i concorrenti soprattutto cinesi? (riproduzione riservata)



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