Già prima di assegnarle in esclusiva la gestione del giacimento super giant Junin-5, il Venezuela del dopo-Maduro ha ripreso a pagare Eni, che sta incassando regolarmente le fatture relative alle forniture correnti di gas prodotti a Perla, uno dei più grandi campi offshore dell’America Latina. Vedere la compagnia statale Pdvsa onorare i pagamenti è uno degli effetti dei nuovi rapporti tra Washington e Caracas, che hanno migliorato il contesto operativo per le big oil. Restano da recuperare, invece, i crediti scaduti accumulati negli anni precedenti, che il Cane a sei zampe calcola in 2,7 miliardi di dollari al 30 giugno 2026. Adesso, però. qualcosa potrebbe cambiare anche su quella partita: la produzione e l’export di greggio venezuelano sono ripresi in misura significativa, e questi recenti sviluppi rendono meno incerte le prospettive dell’Eni di rientrare di quelle somme.
Tra le novità c’è anche il cosiddetto Accordo di Sostenibilità, che consente al gruppo guidato da Claudio Descalzi di proseguire e ampliare in modo economicamente sostenibile le forniture di gas naturale al Paese dal campo di Perla. Ed è qui che si apre una possibile strada per il recupero dei crediti pregressi, perché l’accordo offre anche la possibilità di individuare soluzioni per l’export del gas naturale e dei liquidi, creando le condizioni per il progressivo incasso. Al momento, Eni ha ripreso le attività di commercializzazione di greggio venezuelano, ma non può ancora effettuare operazioni di debt swap, cioè il recupero del pregresso.
I crediti nominali verso Pdvsa, pari appunto a 2,7 miliardi di dollari, sono esposti nel bilancio di Eni al netto di un fondo svalutazione circa del 55%, che prima degli ulteriori sviluppi in Venezuela esprimeva «la migliore stima del management del time value del piano di recupero».
Intanto l’accordo strategico per la gestione esclusiva di Junin-5 è stato accolto positivamente dagli analisti. Oggi il giacimento produce una quantità irrisoria di barili, appena 12 mila al giorno, rispetto a riserve valutate in 35 miliardi. Il potenziale di rilancio è altissimo, le prime stime lo indicano in 400mila barili, ma alcuni osservatori ipotizzano che possano arrivare a un milione.
L’accordo, commenta Equita (che su Eni ha raccomandazione buy e prezzo obiettivo di 28 euro), si inserisce in un più ampio processo di riapertura del settore oil venezuelano agli operatori internazionali. In parallelo, Chevron ha annunciato un piano di espansione da oltre 7 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni attraverso la jv Petroin Dependencia, con l’obiettivo di sviluppare due nuovi giacimenti nella fascia dell’Orinoco (dove si trova anche Junin-5) e più che raddoppiare la produzione fino a circa 600mila barili al giorno. Il contesto conferma un potenziale ritorno di capitali internazionali nel Paese, pur in un quadro politico e regolatorio ancora complesso.
Equita ritiene la notizia strategicamente positiva, perché rafforza la piattaforma upstream di Eni in Venezuela, dove nel 2025 la produzione equity era pari a 64mila barili al giorno, principalmente dal giacimento di Perla. Qualora Junín-5 raggiungesse una produzione lorda di 400 mila barili al giorno entro fine decennio, la quota equity Eni al 40% sarebbe pari a160 mila, quasi il 9% dell’attuale produzione upstream di gruppo, oggi prossima a 1,8 milioni di barili giornalieri. Il contributo potrebbe tuttavia essere anche significativamente diverso e dipenderà dagli economics del nuovo contratto Cpph, inclusi il meccanismo di cost recovery/profit oil, capex e prezzi. Sul fronte investimenti, il capex potenziale è di 1,5 miliardi di dollari l’anno per lo sviluppo del campo, pari a una quota teorica Eni di 600 milioni su base equity.
Il cash-out effettivo, riflette Equita, potrebbe però differire in funzione della struttura contrattuale, del funding del progetto e dei meccanismi di recupero dei costi. L’impatto di breve sulle stime resta quindi limitato, ma l’accordo aumenta la visibilità su potenziale upside upstream oltre il piano, anche considerando lo sviluppo di Perla nel gas e il possibile rilancio di Corocoro, sempre in Venezuela. (riproduzione riservata)