Nel 2003 il rapporto Sapir, commissionato a un gruppo di esperti dall’allora presidente della Commissione Romano Prodi, definì il bilancio europeo una reliquia storica. In gran parte lo è ancora. Innanzitutto per la taglia perché l’ultimo budget, spalmato su sette anni, ha una potenza di fuoco di 1.200 miliardi.
Non abbastanza, secondo i calcoli di Mario Draghi, che per evitare all’Ue una lenta agonia ha quantificato gli investimenti aggiuntivi in 750-800 miliardi annui, da reperire in ogni caso con il contributo decisivo dei privati.
La Commissione ha fatto i salti mortali per allargare le maglie del bilancio e gli 800 miliardi del Recovery Fund ne sono la prova. Adesso però i margini di manovra si sono esauriti.
«Negli ultimi anni il nostro budget ha superato le aspettative, ma siamo al limite», ammette Ursula von der Leyen. Alla presidente della Commissione resta poco più di un mese per trovare la quadra sulla proposta per il bilancio 2028-2034: occorre un ripensamento generale, a partire dall’entità dei fondi.
A oggi il budget europeo si basa soprattutto sui contribuiti nazionali. I governi versano all’Ue l’1% del loro pil, scelta equa perché tiene conto della ricchezza degli Stati, ma che lascia l’Europa senza risorse proprie effettive. L’Ue fa leva sulle tasse per finanziarsi in via diretta, da quelle sulle emissioni inquinanti all’Iva e alle imposte doganali.
Un regalo inatteso potrebbe arrivare dalle entrate dei contro-dazi ora che Trump ha riacceso lo scontro minacciando tariffe del 50% per l’assenza di progressi nei negoziati. Maggiore risorse dovrebbero arrivare sempre dal fisco, con nuove imposte green sui voli internazionali, lo shipping e le criptovalute.
Da tempo è allo studio una tassa sui profitti delle multinazionali, ma un accordo in sede Ocse è complicato dall’ostruzionismo Usa. Un’altra opzione sono le imposte sui servizi delle big tech, arma puntata contro Washington nella guerra dei dazi, che però non convince tutti gli Stati.
Su un punto invece i Paesi sembrano allineati: ragioni di politica interna li frenano dall’aumentare le tasse per finanziare l’Europa. Anche su questa ipotesi le idee non mancano: il tink tank di Bruegel, ad esempio, propone di portare il contributo statale al 2% del reddito nazionale lordo.
«È inevitabile che la Commissione metta sul tavolo il tema dell’aumento delle risorse del bilancio Ue. Bruxelles richiamerà i governi alle proprie responsabilità perché lato fondi propri tutte le ipotesi sono già state messe sul tavolo: non ci sono più soluzioni da inventare», spiega Marco Buti, in passato direttore generale per gli Affari Economici e Finanziari dell’Ue ed ex capo di gabinetto del commissario Paolo Gentiloni.
«Quello che i Paesi membri faticano ancora a capire è che una maggiore spesa a livello comunitario sui beni pubblici - in settori come la difesa, la competitività e la transizione ecologica e digitale - porterà a una riduzione delle spese nazionali. Si verificherebbe un ribilanciamento e non aumenterebbe la pressione fiscale grazie a economie di scala e alla maggiore efficacia garantita dalla gestione degli interventi a livello Ue».
Il secondo limite del budget è la scarsa flessibilità. Il 90% delle risorse del bilancio viene assegnato sin da subito ed è complicato spostare i soldi da un programma all’altro per fronteggiare le emergenze del momento. Le opzioni, in questo caso, sono la riduzione dell’orizzonte a cinque anni e una maggiore mobilità dei fondi.
Per von der Leyen è necessaria anche una razionalizzazione degli strumenti di spesa, che andrebbero concentrati su pochi progetti. Il grosso del budget potrebbe essere suddiviso su due priorità, affiancate da programmi specifici minori e dalla difesa, che però può essere finanziata solo in via indiretta dal bilancio.
Buona parte delle risorse, invece, potrebbe finire nel nuovo fondo per la competitività, amministrato da Bruxelles e destinato ai beni pubblici Ue. Mentre nell’altro ramo del budget confluirebbe la maggioranza dei fondi ritrasferiti ai Paesi per le politiche agricole e la coesione. Ad oggi gli Stati li ricevono suddivisi, mentre ora l’idea è quella di un unico contenitore per razionalizzare la spesa e centralizzarla a livello nazionale.
«Probabilmente la Commissione proporrà un meccanismo stile Pnrr anche per il budget futuro, con fondi associati alla realizzazione di riforme e investimenti. Non sarà una decisione facile perché questo sarà visto con sospetto da chi non apprezza l’ingerenza europea a livello nazionale», osserva Buti.
«Per Bruxelles non sarebbe facile spiegare che non erogherà le risorse, ad esempio per gli investimenti infrastrutturali, perché lo Stato non ha realizzato le modifiche concordate nella giustizia. Per garantire la coerenza, i versamenti andrebbero subordinati a riforme che riguardano lo stesso settore».
Anche il Parlamento Europeo è contrario perché teme di essere scavalcato. Senza contare le autorità locali, che ora dialogano in prima persona con l’Ue e faranno resistenza.
Il terzo scoglio è proprio il Recovery Fund. Dal 2028 l’Ue dovrà rimborsare i quasi 800 miliardi di prestiti raccolti durante la pandemia. Entro il 2034 andranno restituiti 140-170 miliardi e fino al 2058 il passo sarà di circa 25 miliardi l’anno. Il potenziale impatto su budget è evidente, soprattutto se non sarà possibile rinnovare parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli.
«La restituzione dei prestiti del Next Generation Eu rischia di appesantire il prossimo bilancio settennale e aumentare la pressione sui progetti fondamentali dell’Ue», spiega Brando Benifei (Pd), presidente della Delegazione per le Relazioni con gli Usa dell’Europarlamento.
«In futuro il rimborso del debito andrà separato dalla spesa per i programmi e il Consiglio dovrà individuare altre entrate proprie. Il debito comune è considerato uno strumento valido per affrontare le spese legate alla difesa: andrebbe esteso ad altre priorità, come il lavoro e le diseguaglianze sociali».
Il disegno che sembra prendere forma insomma è quello del bilancio al centro, affiancato da una serie di strumenti laterali. Come le prime forme di debito comune (vedi i 150 miliardi di Safe per la spesa militare) o altre deroghe mirate al Patto di Stabilità per indebitarsi senza subire procedure d’infrazione.
Un maggior contributo arriverà anche dalla Bei e dai capitali privati, stimolati dall’Unione dei Risparmi e degli Investimenti e da garanzie pubbliche sul modello di InvestEu. Un salto di qualità del budget resta comunque necessario per affrontare in modo rapido e con risorse strutturali le crisi sempre più frequenti, senza sperare cioè che i 27 si accordino ogni volta su nuovi strumenti d’emergenza. (riproduzione riservata)