A poco a poco diventano più chiari gli obiettivi di Donald Trump nella lotta contro Jerome Powell per il tramite del dipartimento di Giustizia, una lotta in precedenza fatta di asperrime critiche e insulti. Ora si passa alla contestazione di ipotetici reati che sarebbero stati commessi dal presidente della Fed.
Il primo degli obiettivi è determinare una situazione con l’inchiesta giudiziaria che porti Powell a dimettersi anche dal consiglio dei governatori della Fed nel quale potrebbe rimanere, in base all’ordinamento della banca centrale, fino al 2028, mentre il mandato di presidente, non più rinnovabile, scade nel prossimo mese di maggio.
Avere Powell comunque al vertice dell’Istituto, sia pure in un diverso ruolo, non sarebbe gradito affatto da Trump, che vuole invece piazzare un proprio uomo e che non pensa di fornire in questo modo l’immagine propria di chi voglia, con una serie di atti, realizzare una sorta di banca di Stato.
Con Powell nel board, anche se in un diverso ruolo, quasi per tutta la durata del mandato di Trump, questi non potrebbe di certo essere tranquillo che si attuino le proprie idee sballate, a cominciare da una sorta di pregiudiziale secondo la quale la politica monetaria, perdendo ogni flessibilità in base alle condizioni e ai dati, debba essere per definizione fondata sui bassi tassi di interesse.
Sia chiaro: Powell deve essere nella condizione di difendersi esaustivamente, con tutte le pezze di appoggio e in tutta trasparenza, dalle accuse mossegli a proposito delle quali tutti gli osservatori manifestano piena incredulità.
Il secondo obiettivo, connesso al primo, è avere una Fed, governata dall’alto dal tycoon medesimo, che possa sospingere l’economia trascurando l’eventuale inflazione e con ciò la stabilità monetaria in vista delle elezioni di mid-term che già ora non si prospettano a lui favorevoli.
Nel mezzo vi è la nomina del successore di Powell alla carica di presidente per la quale due sarebbero i candidati maggiormente favoriti, avendo presente che il prescelto da Trump dovrà affrontare poi anche il vaglio parlamentare.
I due sono Kevin Hasset e Rick Rieder; il primo è coordinatore dei consiglieri di Trump per l’economia; il secondo è responsabile degli investimenti di Blackrock, il più grande fondo a livello mondiale. Insomma, si va da un esponente dell'amministrazione Usa a un esponente del mondo finanziario.
In Italia un’alternativa del genere sarebbe esclusa in base alla plurisecolare consuetudine della Banca d'Italia che solo agli inizi del secolo scorso vede al grado di governatore personaggi già alti dirigenti del Tesoro (Bonaldo Stringher, prima dg, e Vincenzo Azzolini), mentre Guido Carli era stato per un breve periodo ministro del Commercio Estero prima di entrare in Banca d’Italia con il grado di direttore generale; l'altra consuetudine ha costantemente riguardato l’esclusione dalla nomina a governatore di personalità del mondo del credito e della finanza.
Per la sola parziale eccezione di Mario Draghi, si trattò della provenienza da un intermediario estero non sottoposto alla Vigilanza della Banca d’Italia, ma Draghi era stato per lunghi anni alto dirigente del Tesoro. Queste chiusure di porte, prodotte dall'accennata consuetudine quasi come opinio iuris sive necessitatis, salvaguardano l'Istituto da una sorta di incompatibilità e da conflitti di interessi successivi, valorizzando la sua indipendenza.
A Trump piace un’opzione diversa che presenta non pochi problemi, senza che con ciò si voglia diminuire la competenza dei suddetti candidati. Ed è il meccanismo dei check and balances che così si indebolisce e, nella logica trumpiana, si va, quod Deus avertat, verso la citata banca di Stato con tutti i possibili riflessi a livello internazionale. (riproduzione riservata)