Warsh (Fed) a Jackson Hole apre al rialzo dei tassi: abbiamo lavoro da fare se l’inflazione non cala
Il presidente della Fed Kevin Warsh ha voluto ristabilire la credibilità della banca centrale nella lotta all’inflazione nel primo discorso alla riunione di Jackson Hole in Wyoming. Warsh ha sottolineato che il carovita resta «troppo alto» e ha fatto capire che la banca centrale potrebbe aumentare i tassi.
«Dobbiamo essere certi che l’inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo (2% nel medio termine, ndr), in modo chiaro e con sufficiente rapidità. Altrimenti abbiamo del lavoro da fare», ha detto.
L’inflazione complessiva negli Stati Uniti, secondo l’indice Pce, è arrivata del 3,7% a luglio, mentre il valore al netto di cibo e energia è stato del 3,3%. In tal senso Warsh ha chiarito anche che il target di inflazione al 2% è «fermo e fisso» e che «la stabilità dei prezzi non si realizza automaticamente, né l’inflazione tende necessariamente a tornare alla media. È compito della Fed garantire la stabilità dei prezzi».
Warsh non si è sbilanciato sulla possibilità di un aumento dei tassi nella riunione della Fed del mese prossimo e non ha dato indicazioni su possibili mosse future, in linea con il suo approccio contrario alla forward guidance. «Sono qui oggi impegnato a mantenere una disciplina, non a prendere una decisione», ha detto. In questo momento, tuttavia, «il focus predominante della Fed deve essere sui prezzi», ha aggiunto.
I mercati monetari scontano al 60% un rialzo a settembre e vedono due strette entro marzo.
Warsh si è detto «impressionato dalla performance dell’economia» guidata dagli investimenti in AI, e ha ricordato che i profitti delle aziende nell’S&P 500 sono aumentati del 20% in un anno. Anche il mercato del lavoro «sta andando bene», ha detto, aggiungendo che i mercati del credito e dei prestiti stanno mostrando «pochi segnali» di una stretta della politica monetaria. «Mi sarebbe difficile definire le condizioni finanziarie generali come restrittive», ha precisato Warsh.
La situazione è differente sui prezzi dove i numeri sono «più preoccupanti» e i progressi sono stati finora «modesti», secondo il presidente della Fed, anche se le aspettative sembrano «nel complesso stabili». Per Warsh i dati di inflazione quest’estate sono stati «migliori del previsto, ma non indicano che le tendenze di fondo siano migliorate in modo significativo».
Il discorso di Warsh ha ottenuto i risultati sperati sui mercati il 28 agosto. I tassi dei titoli Usa a due anni, più sensibili alle manovre di politica monetaria, sono saliti di 10 punti base (al 4,33%). Quelli a dieci anni sono aumentati di 5 punti base (al 4,72%). La curva dei tassi si è così appiattita in risposta alle parole falco di Warsh.
Ma restano ancora dubbi sulla capacità della Fed di abbassare l’inflazione in modo duraturo, considerando anche le pressioni sui prezzi dovute al conflitto in Medio Oriente, all’energia, ai dazi e al boom dell’AI. Sui rendimenti a lungo termine pesano anche le incognite sul bilancio pubblico Usa e la concorrenza delle emissioni delle bigtech. I tassi dei bond Usa a 30 anni sono rimasti attorno al 5,2%.
Il discorso di Jackson Hole non elimina tutte le incognite sulla Fed. Nei giorni scorsi è emerso un forte contrasto tra la filosofia di Warsh e le azioni del segretario al Tesoro Scott Bessent che ha annunciato a sorpresa di voler (almeno) raddoppiare il riacquisto di titoli di Stato Usa a lungo termine, attraverso l’impiego di liquidità a breve. Gli importi messi sul tavolo sono apparsi limitati e hanno avuto più che altro l’effetto controproducente di mostrare le difficoltà di Bessent.
Il Tesoro vuole abbassare i rendimenti di lungo periodo, che erano aumentati nelle ultime settimane anche a causa dei timori per una Fed troppo lenta nel contrastare l’inflazione (dubbi cresciuti dopo la conferenza stampa di Warsh a fine luglio). Il banchiere centrale peraltro aveva mostrato di apprezzare il lavoro che i mercati stavano facendo alzando i tassi al posto della Fed (che sulla stretta monetaria appare bloccata dall'opposizione di Trump). Ma poi Bessent è intervenuto proprio con una mossa finalizzata ad abbassare i tassi di mercato. Il confine tra politica monetaria e fiscale è diventato più sottile.
Lo scenario è apparso così paradossale agli osservatori di mercato. I dati macro spingerebbero la banca centrale ad alzare i tassi ufficiali, ma la mossa farebbe infuriare Trump. Il deficit di bilancio Usa indica che le spese pubbliche andrebbero ridotte, ma il presidente al contrario le aumenta. La ricerca di rattoppi da parte di Warsh e di Bessent (entrambi nominati da Trump) complica ulteriormente il quadro, invece di migliorarlo, e rende semmai esplicito l’impasse degli Stati Uniti.
La ricetta per gli Usa sarebbe semplice: una politica monetaria e fiscale che guardi ai fondamentali dell’economia (inflazione e deficit innanzitutto). Ma è proprio quello che sembra difficile da realizzare durante la presidenza Trump. Non sorprende così l’allerta dei mercati, visibile negli ultimi giorni soprattutto sul mercato obbligazionario.
L’intervento di Warsh a Jackson Hole ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli operatori spingendoli a dare nuovo credito al presidente della banca centrale. Ma già a settembre le parole potrebbero essere non più sufficienti. La Fed sembra obbligata prima o poi alla stretta (così come il Tesoro a un consolidamento fiscale). In tal caso però Trump con ogni probabilità tornerà a farsi sentire. Il presidente Usa ha criticato duramente Jerome Powell per non aver abbassato i tassi: cosa dirà di Warsh se li aumenterà? A quel punto l’indipendenza della Fed potrebbe tornare in discussione. (riproduzione riservata)