Da qualche settimana i think tank dell’area G7+ dedicati alla geopolitica economica e finanziaria collegati a quello che coordino osservano un picco di diplomazia segreta, molto blindata, nel triangolo America, Russia e Cina. Sintomo di crisi che aumenterebbe l’instabilità globale oppure segno di una convergenza per evitarla o contenerla oppure altro? La risposta ha rilievo per il mondo degli investimenti.
La relazione bilaterale segreta tra America e Russia appare quella più interessante. Dalle solite finestre dell’intelligence non filtra alcunché (momento raro), ma è comunque possibile fare delle ipotesi basate su fatti osservabili, tralasciando le dichiarazioni pubbliche degli attori politici. Washington appare interessata a mediare, escludendo gli europei, una tregua tra Russia e Ucraina, creare una divergenza tra Russia e Cina e ottenere una riduzione sostanziale dei flussi di aiuti russi all’Iran per dare efficacia alla strategia statunitense del boa constrictor contro l’Iran stesso. Mosca ha anche l’interesse a una tregua con l’Ucraina, ma di un tipo che permetta a Putin di dichiarare vittoria per rinforzare il proprio regime traballante a causa di una iniziale rivolta delle élite del regime stesso. Non è escludibile poi che Mosca voglia lasciare aperta l’ipotesi di distacco dalla Cina (con cui ha una relazione di necessità e non certo di affinità) ma è probabile che la condizioni a una convergenza con l’America che è di difficile accettazione per Washington. Tuttavia, il lasciare aperta questa ipotesi costringe Pechino a fare più attenzione alle relazioni con Mosca e a non considerarla un satellite già acquisito.
Sul caso iraniano l’interesse apparente di Mosca è che più la crisi di Hormuz dura e più aumenterebbe il valore dell’energia russa, anche nei confronti della Cina. Ma l’ufficio strategico russo è evoluto e capisce che se il blocco di Hormuz durasse troppo verrebbero attivate fonti alternative di rifornimento energetico e che quindi sarebbe conveniente scambiare vantaggi reciproci con l’America nel breve. Però, appunto, non facili da accettare per Washington. Ma i dialoghi detti è molto probabile ci siano.
La Cina ha una strategia paziente di lungo termine per diventare primo potere globale, ma un enorme problema di sovracapacità che la costringe a minimizzare il rischio di limitazioni al suo export. Inoltre non è ancora pronta ad un confronto militare con l’America pur attuando un riarmo accelerato.
La dipendenza dalle importazioni di petrolio la rende vulnerabile alla strategia statunitense di blocco economico dell’Iran più sanzioni secondarie. Ma può rispondere con un blocco dell’export di terre rare, settore dove la Pax Silica statunitense non ha ancora ridotto la dipendenza dalla Cina, e con forniture fantasma di armi evolute. Quindi ci sarà un compromesso. In conclusione, annoto un limite alla volontà di guerra destabilizzante sul piano globale che rende più probabili compromessi stabilizzanti pro-investimenti. (riproduzione riservata)