Il clamoroso scoop di questo giornale a proposito della lettera di dimissioni di Leonardo Maria Del Vecchio ha ampliato l'area delle discussioni in corso sulle ops del Montepaschi. Corsi e ricorsi storici non sono forzati; anzi, possono contribuire a vedere meglio la situazione presente. In previsione dell'approvazione della legge sulla riforma della banca pubblica del 1990 una folta delegazione del Pci senese venne a Roma per partecipare alla discussione su tale riforma, che si teneva in una sala del gruppo parlamentare alla Camera.
Non appena seppero che non vi era, nemmeno da parte del governo, alcuna pressione per una privatizzazione estesa, scendendo sotto il limite del 50% della partecipazione pubblica, i convenuti, soddisfatti, lasciarono la riunione. Data da allora la ferma linea di difesa, in particolare della partecipazione della fondazione nella banca, bloccando ogni ipotesi (da ultimo un'aggregazione con Bnl) di discesa dell'interessenza sotto gli stessi livelli previsti della legge Ciampi sulle fondazioni ex bancarie.
Questa difesa fu ed è da attribuire a tutte indistintamente le formazioni politiche, economiche, sociali nonché religiose di Siena. Aveva i suoi pro ma anche importanti contra. A un certo punto l'estrema difesa del livello dell'interessenza è stata la causa delle gravissime disavventure, in particolare della dissennata operazione Antonveneta. Sottolineare che la favola (in questo caso la dura realtà) de te narrat in questa fase è un impegno a una ancor più rigorosa disamina delle forze in campo, a uno sforzo di realismo e di concretezza.
E ciò dopo che al risanamento e al rilancio del Monte ha contribuito un insieme di soggetti: l'amministratore delegato Luigi Lovaglio, ma anche la capitalizzazione pubblica precauzionale disposta dal governo su sollecitazione della Banca d'Italia, l'esodo agevolato di 5 mila dipendenti, misure di esternalizzazione di compiti, il ruolo dei sindacati, ma anche di quegli esponenti che sono stati in carica nelle fasi passate, prima dell'attuale gestione, che riuscirono a bloccare Mps sul ciglio del burrone, la Vigilanza bancaria, a partire da una certa fase, e, non per ultimi, i dipendenti tutti. Senza questo ampio concorso neppure un Raffaele Mattioli o un Enrico Cuccia sarebbero riusciti a avrebbero rilanciare l'istituto.
Ora si attende di vedere se le dimissioni sopra ricordate di Leonardo Maria Del Vecchio avranno impatti, scendendo per li rami, anche sull'esercizio della partecipazione di Delfin in Mps. A maggior ragione dopo le prime valutazioni non favorevoli del Banco Bpm sull'ops, ritenuta un'operazione non tra pari ma di acquisizione del Monte.
A questo riguardo, se appare corretta la non vendita della partecipazione pubblica in questa fase, è però ovvio che il problema si riproporrà dopo e il tema del dirigismo da parte della mano pubblica si ripresenterà se questa vorrà attivamente operare per un determinato assetto societario, rompendo la propria terzietà, o se penserà di impiegare il golden power, normativa oggetto di riesame da parte della Commissione Ue mentre prima lo è stata da parte dei giudici amministrativi in Italia: sarebbe un bis in idem dopo il non del tutto positivo impiego nel caso Unicredit-Bpm. (riproduzione riservata)