Più passa il tempo, più il ministro del Tesoro Usa Scott Bessent rischia di diventare un pericolo per l’economia mondiale. Non è sempre stato così. Nello scorcio del 2024, quando il neo-eletto presidente Donald Trump selezionava i componenti del suo governo scegliendoli accuratamente in base alla fedeltà al capo e alle doti telegeniche, la scelta di Bessent, uomo di comprovata esperienza nel campo della finanza, aveva rassicurato tutti.
Stanley Druckenmiller, mitico gestore di fondi speculativi, si era espresso così: «Ha lavorato con me e con George [Soros], ha imparato tutto quello che deve sapere». Tutto il contrario di quello che lo stesso Druckenmiller ha scritto lunedì scorso sul Wall Street Journal, in cui accusa Bessent di sbagliare tutto nel gestire il più importante mercato finanziario del mondo, quello dei titoli del Tesoro Usa. Come ha fatto il povero Bessent a passare in così breve tempo da unico «adulto nella stanza» in un governo improvvisato a mina vagante del sistema finanziario internazionale?
Andiamo con ordine. Da cinque anni a questa parte, cioè dall’uscita dalla pandemia, proprio mentre autorevoli economisti pubblicavano libri in cui ne spiegavano la discesa secolare, i tassi di interesse nel mondo hanno ricominciato a salire. Dopo avere raggiunto il livelli pre-crisi finanziaria, i tassi a lunga negli Stati Uniti (e sulla scia, nel mondo) hanno continuato a crescere. Una salita non caotica ma graduale, ordinata: indice del fatto che i mercati finanziari globali, in cui i titoli del Tesoro americano sono trattati, hanno ben chiara la direzione di marcia e le sue ragioni. Tre, anzitutto.
La corsa all’intelligenza artificiale, che promette ritorni a lunga scadenza ma per il momento richiede colossali investimenti; fino al 2% del pil Usa quest’anno, secondo le stime di Goldman Sachs.
Seconda e principale ragione, il disavanzo pubblico Usa senza precedenti, 6% del pil 2026 e un debito che ha superato il 120% del pil. Debito e tassi in salita sono una miscela esplosiva per la finanza pubblica, anche per un paese che stampa dollari. La spesa per interessi quest’anno, 3% del pil, supera bilancio della difesa. Il tutto mentre l’economia americana è in piena occupazione e l’inflazione è fra il 3,5 e il 4%, contro un obiettivo della Fed del 2%. La crescita dei tassi a lunga è dunque fisiologica e inevitabile date le premesse. I rischi connessi vanno affrontati attaccando non i sintomi ma le cause, in primo luogo il disavanzo pubblico e i rischi di inflazione.
Proprio l’opposto di quello che Bessent sta facendo. Deludendo le aspettative di coloro che si attendevano da lui un’azione influente sul fronte fiscale, il responsabile del Tesoro è prima intervenuto a sostegno dello yen giapponese, dichiaratamente per aiutare un alleato ma più realisticamente per evitare che il Paese del Sol levante vendesse titoli americani di cui è il principale detentore. Ha poi iniziato a sostenere direttamente il mercato dei titoli con massicci buyback, che modificano la composizione del debito ritirando titoli a lunga e aumentando quelli a breve. Non sorprende che gli effetti siano stati di breve durata. La strategia rischia anzi di essere controproducente, esponendo la mancanza di adeguate contromisure e l’implicita debolezza del titolare del Tesoro.
I rischi sono notevoli, all’interno e oltre i confini americani. L’operazione di buyback assomiglia nella logica, anche se non nelle dimensioni, alla cosiddetta «Operation Twist», che gli Stati Uniti praticarono negli anni ‘60 per abbassare i tassi a lungo termine. Operazione che fallì anche allora, aumentando gli squilibri che intendeva nascondere e preparando la massiccia svalutazione del dollaro e inflazione (anche globale) che seguì qualche anno dopo. Con una ulterione conseguenza aggravante. Che in quel caso l’operazione venne fatta dalla banca centrale, mentre oggi è il Tesoro che interviene, provocando però conseguenze monetarie che vanno contro quello che la Riserva Federale, nella quale si è appena insediato Kevin Warsh, dovrebbe e probabilmente si prepara a fare.
Con un’inflazione che viaggia quasi il doppio del suo obiettivo, salvo capovolgimenti di scenario la Fed dovrà aumentare i tassi, se non prima probabilmente dopo le elezioni di medio termine di novembre. Quello che sta facendo il Tesoro, abbassando la durata finanziaria del debito pubblico, equivale indirettamente a un’espansione monetaria per via quantitativa e va pertanto contro la direzione di marcia della Fed. Un problema in più per Warsh, che probabilmente in queste ore si domanda se affrontare o evitare il tema nel discorso che farà oggi alla conferenza di Jackson Hole.
Le conseguenze sono importanti anche per l’Europa. L’effetto trascinamento dei tassi americani si estende su questo lato dell’Atlantico, complici la debolezza politica, economica e finanziaria della Germania e della Francia. Nel Vecchio Continente manca la spinta espansiva degli investimenti tecnologici, ma la debolezza fiscale pur in misura diversa lo accomuna agli Stati Uniti. Con una condotta fiscale prudente il governo italiano è riuscito negli ultimi anni a limitare i rendimenti sui nostri titoli a lunga; lo spread si è ridotto.
Come già notato in precedenza su queste colonne, però, nella nuova fase in cui i tassi sul debito degli altri Paesi europei sono diventati meno stabili lo spread cessa di essere un indicatore univoco. Il livello assoluto dei tassi diventa più importante. Ultimamente il livello dei rendimenti è tornato a salire anche in Italia, restringendo le condizioni per la sostenibilità del debito. La debolezza della leadership finanziaria americana è un elemento, non l’unico, che rende complesso il quadro e suggerisce per il nostro Paese la massima cautela sul fronte fiscale, soprattutto nella fase elettorale che si prepara. (riproduzione riservata)
*senior fellow, Bocconi e Safe