La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha dichiarato che entro quest’anno dovrà essere attuata l’Unione del Risparmio e degli Investimenti. E si farà con chi ci sta, cioè anche solo con i Paesi che decideranno di aderirvi. Rappresenterà il primo caso di cooperazione rafforzata superando il potere di veto insito nell’obbligatoria unanimità delle decisioni? Innanzitutto verificheremo se le parole avranno un seguito, poi se il progetto risulterà in armonia con quello dei rapporti Draghi e Letta. L’obiettivo è fornire occasioni di impiego ai 300 miliardi di risparmi europei che annualmente lasciano l’Ue per sostenere investimenti negli Usa.
La recentissima costituzione del Rhine Group, su iniziativa di Mario Draghi, potrà dare un sostegno alla formazione della nuova Unione? Anche questo sarà da verificare, avendo comunque presente che per Draghi sarebbe più confacente un ruolo istituzionale nel contesto dei tre principali organi comunitari (Consiglio, Commissione e Parlamento) rispetto a un organismo di non facile qualificazione dal quale magari ognuno si attende qualcosa. Chi ha ricoperto alti incaricati istituzionali dovrebbe rimanere nelle istitutzioni.
Posta quindi la complessità della realizzazione del progetto in questione, si deve ricordare che è sommamente difficile realizzare l’Unione dei Capitali senza avere completato l’Unione Bancaria, finora attuata solo a metà rispetto al progetto varato 12 anni fa. Pende ancora la questione dell’assicurazione europea dei depositi, per la cui introduzione si sono fatti alcuni passi avanti rispetto alle progettazioni originarie mirate ad attribuire un coefficiente di rischio ai titoli di Stato.
Resta tuttavia ancora vaga l’idea di prevedere in generale limiti alla concentrazione dell’investimento in titoli, così come non si è raggiunta una conseguenza sulle risorse del Fondo unico di risoluzione delle banche in crisi (con il Mes che svolge un ruolo di paracadute), come sulla revisione della relativa normativa. Si tratta di questioni fondamentali che, se non vengono risolte, indurranno chiunque conosca solo poco della materia a chiedersi come si potrà passare all’Unione dei Risparmi e degli Investimenti. Anzi, poiché si ipotizza il ricorso, per decidere su quest’ultima, a una sorta di cooperazione rafforzata, il rischio è che, se all’innovazione mancano le basi (Unione Bancaria), l’insuccesso colpisca non solo il merito del progetto ma anche la scelte del modulo «con chi ci sta», che invece potrebbe avere un effetto d’imitazione se positivamente affrontato.
È pertanto lecito attendere di conoscere la posizione del governo e come ritiene di agire per collocare sui giusti binari il progetto di unificazione bancaria e dei capitali. (riproduzione riservata)