I dazi di Trump non dovrebbero avere effetti significativi sull’inflazione europea, mentre c’è il rischio di un peggioramento delle prospettive di crescita. Lo ha evidenziato ieri il governatore della Banca di Francia François Villeroy de Galhau: «L’equilibrio dei rischi su crescita e inflazione si sta spostando verso un loro ribasso e i possibili dazi statunitensi non dovrebbero alterare in modo significativo l’outlook di inflazione in Europa», ha detto ieri in un intervento a Tokyo.
Sempre in tema di prezzi, Villeroy non si è mostrato preoccupato per l’aumento dei salari negoziati nel terzo trimestre: gli stipendi sono considerati un indicatore «rivolto al passato (backward-looking), guidato soprattutto da effetti ritardati di contrattazioni passate in Germania». Inoltre l’aumento dei salari «era già stato considerato nelle proiezioni Bce di settembre», ha aggiunto Villeroy. In assenza di particolari pressioni inflazionistiche e con un quadro in peggioramento sulla crescita, Francoforte «deve continuare a ridurre la restrizione monetaria», secondo il governatore francese.
Nelle ultime proiezioni di settembre la Bce ha previsto l’inflazione al 2,2% nel 2025 e all’1,9% nel 2026. Ma Villeroy ha ricordato che i mercati si aspettano invece un ritorno al 2% in modo duraturo già a inizio 2025. Non è escluso che a dicembre la Bce possa tagliare le stime. A novembre l’inflazione nell’Eurozona potrebbe risalire attorno al 2,3% secondo alcuni analisti (dal 2% di ottobre), ma si tratterà soltanto di un effetto temporaneo legato a variazioni annue nei prezzi dell’energia.
Nei giorni scorsi anche il presidente della Bundesbank Joachim Nagel si era detto «non troppo» preoccupato per un rialzo dell’inflazione dovuto alle politiche di Trump e alla «frammentazione geoeconomica». Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha osservato che i salari si stanno muovendo in linea con le attese, mentre «non si conosce» al momento l’impatto di eventuali dazi americani.
Molti banchieri centrali hanno evidenziato invece i crescenti rischi sul pil per l’Eurozona, anche a causa dell’effetto Trump. «La prospettiva di un aumento dei dazi da parte degli Stati Uniti potrebbe pesare significativamente sull’attività economica, soprattutto nel settore manifatturiero, a causa dell'impatto sulla fiducia, sulle esportazioni e sugli investimenti dell'area dell’euro», ha osservato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce. Secondo Goldman Sachs, le politiche di Trump ridurranno il pil dell’Eurozona dello 0,5% cumulato, quello tedesco dello 0,6% e quello italiano dello 0,3%. L’effetto è atteso soprattutto nel 2025.
I mercati si attendono un taglio di 25 punti base nella riunione Bce del 12 dicembre, ma gli operatori non escludono un intervento di 50 punti base. Oggi saranno noti gli indici Pmi di novembre dell’Eurozona che potrebbero confermare un quadro negativo per la crescita. Panetta ha sottolineato che «condizioni monetarie restrittive non sono più necessarie» considerando la debolezza dell’economia e il rischio di far scendere l’inflazione sotto l’obiettivo del 2%.
Nella riunione del 12 dicembre la Bce potrebbe rivedere anche la comunicazione, basata negli ultimi anni su decisioni «riunione per riunione». Panetta ha evidenziato la necessità di «maggiori indicazioni prospettiche (guidance) sull’evoluzione attesa della politica monetaria», in modo da aiutare gli operatori ad avere più visibilità sui tassi. Così si sosterrebbe la domanda. Cipollone ha osservato che l’allentamento «dipenderà anche dalla fiducia che abbasseremo i tassi con gradualità ma con certezza verso livelli neutrali». Isabel Schnabel, falco del consiglio direttivo Bce, ha invece messo paletti a nuove forme di forward guidance. Per Villeroy «la direzione dei tassi è chiara» e servirà «agile pragmatismo». (riproduzione riservata)