Il presidente Usa, Donald Trump, ha intentato una causa da 15 miliardi di dollari per diffamazione contro il New York Times, accusando lo storico quotidiano statunitense di essere il «megafono» dei Democratici. Aprendo in questo modo uno scontro frontale con una delle più antiche testate giornalistiche al mondo.
Nell’atto depositato, Trump critica l’«endorsement delirante» del Times a favore della candidata Kamala Harris alle elezioni presidenziali del 2024. Il giornale lo aveva pubblicato in prima pagina, accompagnandolo da un’apertura che, secondo l’ex presidente, era «iperbolica». Trump ha citato la frase, in tal senso, secondo cui «è difficile immaginare un candidato meno degno di servire come presidente degli Stati Uniti di Donald Trump».
Annunciando la causa con un post su Truth, Trump ha accusato il quotidiano di portare avanti da decenni un «metodo sistematico di menzogne contro il vostro Presidente preferito (IO!), la mia famiglia, la mia attività, il movimento America First, MAGA e l’intera Nazione».
La cifra richiesta supera la capitalizzazione di mercato della società New York Times Co., attualmente di 9,65 miliardi di dollari. Il titolo, nel pre-market del 16 settembre, cede attorno all’1%.
La causa è stata presentata al tribunale federale di Tampa, in Florida e prende di mira articoli di cronaca e di opinione del giornale, oltre al libro Lucky Loser: How Donald Trump Squandered His Father’s Fortune and Created the Illusion of Success (Il perdente fortunato: come Donald Trump ha sperperato il patrimonio del padre e creato l’illusione del successo), scritto nel 2024 da due giornalisti del Times.
Tra i soggetti convenuti figurano, oltre alla società editrice, anche i reporter Susanne Craig, Russ Buettner, Peter Baker e Michael S. Schmidt, nonché la casa editrice Penguin Random House. L’atto descrive l’approccio editoriale del Times come «una diffamazione e calunnia su scala industriale contro gli avversari politici».
La nuova azione legale si aggiunge alla lunga serie di scontri di Trump con la stampa da quando è tornato alla Casa Bianca. A luglio aveva citato in giudizio Dow Jones, News Corp. e lo stesso Rupert Murdoch chiedendo 10 miliardi di dollari di danni per un articolo del Wall Street Journal che lo accusava di aver inviato una lettera di compleanno a sfondo allusivo a Jeffrey Epstein. La nota è stata poi resa pubblica dai Democratici alla Camera all’interno di un dossier di documenti consegnati alla commissione di vigilanza.
Sempre a luglio, Trump ha raggiunto un accordo con Paramount Global su una causa legata a un’intervista trasmessa dal programma 60 Minutes della CBS con l’allora vicepresidente Harris. A dicembre, invece, ABC aveva accettato di versare 15 milioni di dollari alla futura fondazione o museo presidenziale di Trump per chiudere un’altra controversia per diffamazione.
Non sono mancati però i rovesci: un giudice di Manhattan ha respinto la causa contro il giornalista Bob Woodward (diventato famoso per lo Scandalo Watergate, l’inchiesta che condusse per il Washington Post) e una casa editrice per la pubblicazione delle registrazioni di interviste risalenti al primo mandato. Nel 2009, quando era ancora un imprenditore immobiliare, Trump aveva perso una causa da 5 miliardi di dollari per diffamazione contro Timothy O’Brien, all’epoca editor del Times, che nel 2005 aveva messo in dubbio il suo status di miliardario.
Dopo le critiche rivolte ai giornalisti del Times lo scorso marzo, il quotidiano aveva accusato Trump di usare tattiche intimidatorie», ribadendo che ciò «non ci ha mai impedito di perseguire la nostra missione di chiedere conto ai potenti, a prescindere dal partito al governo». Lo stesso editore A.G. Sulzberger, lo scorso maggio, aveva dichiarato che il giornale avrebbe continuato a coprire l’amministrazione Trump «in modo completo ed equo, indipendentemente dagli attacchi ricevuti».
Trump si scontra con un onere probatorio importante: secondo la storica sentenza New York Times contro Sullivan del 1964, le figure pubbliche devono dimostrare che le presunte diffamazioni sono state fatte con consapevolezza della falsità o con grave negligenza. Da anni Trump e altri attivisti conservatori spingono la Corte Suprema a rivedere quella decisione. La causa è registrata come Trump contro New York Times Company, 8:25-cv-02487, U.S. District Court, Middle District of Florida (Tampa). (riproduzione riservata)