I dazi di Donald Trump potrebbero pesare per «l’1% dell’attività economica» della Germania che così rischia la recessione anche l’anno prossimo. Lo ha sottolineato ieri il presidente della Bundesbank Joachim Nagel a Die Zeit. Questo impatto per Nagel «è molto doloroso se si considera che l’economia tedesca non crescerà affatto quest’anno e che il pil aumenterebbe probabilmente meno dell’1% l’anno prossimo anche senza includere l’effetto dei dazi statunitensi. Se le misure saranno effettivamente imposte, potremmo addirittura scivolare in territorio negativo».
Nagel ha anche espresso preoccupazione per il mercato del lavoro tedesco: «I posti di lavoro persi nell’industria potrebbero non essere sostituiti così facilmente come in passato da nuovi posti nei servizi». Nei giorni scorsi Volkswagen ha ipotizzato la chiusura di tre stabilimenti in Germania e il taglio del 10% degli stipendi.
Trump ha promesso dazi del 10-20% nei confronti dell’Europa e del 60% nei confronti della Cina. Le misure colpirebbero l’intera area euro ma il Paese più colpito sarebbe la Germania. L’export tedesco verso gli Usa è stato il più alto nel 2023 (157,7 miliardi), seguito da quello dell’Italia (67,2 miliardi). Le politiche Usa peserebbero in uno scenario già difficile per Berlino che andrà al voto il 23 febbraio dopo la dissoluzione della coalizione Spd-Verdi-liberali. «C’è un grande bisogno di azione in Germania», ha detto Nagel. «Le aziende e i mercati finanziari vogliono affidabilità soprattutto quando si tratta di decisioni e investimenti di lungo termine».
Il presidente della Bundesbank ritiene che la perdita di competitività sia una delle ragioni principali della debolezza economica del Paese, oltre a burocrazia, costi dell’energia ed elevate aliquote fiscali sulle società. Inoltre secondo Nagel l’età pensionabile dovrebbe aumentare gradualmente.
La produzione industriale tedesca a settembre è scesa del 2,5%, mentre il consenso di mercato si aspettava un -1%. L’attuale livello è del 10% inferiore al picco più recente di febbraio 2023 e del 13% rispetto al pre-pandemia. Inoltre, prima ancora di osservare l’effetto dei dazi di Trump, le esportazioni tedesche sono scese dell’1,7% a settembre, più del -1,4% previsto dal mercato. La Germania dovrà rivedere nei prossimi anni un modello economico sbilanciato sull’export puntando maggiormente su domanda interna e investimenti. In tal senso il cosiddetto «freno del debito» potrebbe rivelarsi presto insostenibile. Nei giorni scorsi la Cdu, probabile partito vincitore delle prossime elezioni, ha aperto alla riforma delle regole fiscali nazionali.
I dazi di Trump, secondo il banchiere centrale francese François Villeroy de Galhau, rischiano di «ridurre un po’ la crescita in tutto il mondo» e di «riportare l’inflazione negli Stati Uniti». Le politiche commerciali Usa costerebbero tra 4 e 7 miliardi all’Italia secondo Prometeia.
Nagel ha negato che la Bce sia troppo lenta nell’abbassare i tassi e ha evidenziato «pressioni sui prezzi ancora evidenti, dovute soprattutto ai salari nei servizi. Questa pressione inflazionistica è mascherata dal calo dei prezzi dell’energia», ha detto il presidente della Bundesbank. Ma gli economisti ritengono che la Bce sarà obbligata ad aumentare i tagli dei tassi. Abn Amro ha indicato un tasso finale all’1% a inizio 2026 mentre TS Lombard non ha escluso un ritorno ai tassi zero. (riproduzione riservata)