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Il debito al consumo americano in migliaia di miliardi di usd
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Tre buone ragioni per cui gli Usa non abbasseranno i tassi tanto facilmente

di Maurizio Novelli
16 gennaio 2024, 19:36 Ultimo aggiornamento: 20:06

La traiettoria del debito pubblico Usa è difficile da fermare, lo stock di titoli pubblici da emettere è ingente e abbassare i tassi non depone a favore di una discesa dell’inflazione. Anzi, il rischio è un’ulteriore svendita di bond. Per il momento, meglio puntare sull’oro | Elon Musk vuole salire al 25% di Tesla prima di avanzare sull’Intelligenza Artificiale

I mercati finanziari hanno iniziato a scontare un ribasso dei tassi d’interesse, ma ci sono tre fattori importanti che impediranno significative riduzioni, salvo una eventuale crisi economico-finanziaria innescata dal colossale debito speculativo emesso durante il periodo del Qe. Il primo è che la traiettoria del debito pubblico Usa è, allo stato attuale, difficile da fermare. I motivi principali sono dovuti al fatto che i sussidi sui redditi medio bassi non possono essere rimossi senza provocare una ondata di default sul credito al consumo (Carte di Credito, Prestiti Auto, Student Loans e Mutui) che è pari a 17.300 miliardi di dollari, pari al 72% del PIL. Attualmente il governo federale eroga sussidi settimanali (!) compresi tra i 400 e gli 800 dollari per nucleo famigliare con redditi sotto i 40 mila dollari lordi all’anno. Il 30% delle famiglie americane riceve tale assistenza per poter pagare Medicare (sanità), bollette energetiche, affitti e spese correnti o per semplicemente i debiti in essere. Circa il 30% delle famiglie americane è nella categoria subprime; quindi, il debito per 5200 miliardi è classificabile subprime ( 20% del Pil).

Lo stock di titoli pubblici

Il secondo motivo è che lo stock di titoli pubblici da emettere mensilmente è così ingente che per sottoscriverli deve rimanere un incentivo di remunerazione tale che impedirà di fatto una significativa riduzione dei rendimenti, specialmente se la Fed volesse proseguire, come dice, con la politica monetaria restrittiva.

Il terzo problema è che lo stimolo fiscale costantemente in essere è finalizzato a sostenere la domanda e quindi è sempre reflazionistico. Praticare una riduzione dei tassi con una politica fiscale reflazionistica in corso non depone certo a favore di una discesa dell’inflazione e potrebbe innescare un ulteriore svendita sui bond, provocando quindi un rialzo dei tassi anziché una sua discesa, con tutte le conseguenze del caso.

Quindi, le dichiarazioni della Fed sono un’ulteriore conferma che non esiste una visione strategica dei problemi in cui si è infilato il sistema dopo 14 anni di incompetenti politiche monetarie populiste, prevalentemente mirate a sostenere la speculazione finanziaria. Mentre si festeggia il Cavaliere Bianco che arriva in soccorso alle bolle speculative, non si tiene conto in nessun modo di quali problemi possono derivare da queste decisioni; ma il mercato dei Treasuries inizierà presto a soppesare le intenzioni della Fed. Poiché tutte le scelte degli attuali policymakers sono condizionate dalle bolle speculative che hanno creato, non c’è alcun dubbio che il prossimo errore di politica monetaria sarà quello di cercare di salvare le bolle speculative innescando un pericoloso ritorno dell’inflazione, che a quel punto però potrebbe diventare strutturale. Anche i costi indotti dalla transizione energetica puntano purtroppo in quella direzione. Per evitare il rischio di un rigurgito inflazionistico, l’unica decisione sensata sarebbe quella di mantenere i tassi dove sono, attendere un aumento della disoccupazione e un deciso rallentamento dell’economia e procedere poi ad un allentamento monetario.

I default stanno iniziando a salire

Ma questa decisione si scontra con il fatto che i default delle aziende e privati stanno iniziando a salire decisamente (nonostante i sussidi governativi), lo Shadow Banking System (come già ampiamente illustrato su Milano Finanza) è letteralmente piegato dai crediti speculativi inesigibili e il 2024 è un anno elettorale. Tutto questo non è a conferma dell’indipendenza della Banca Centrale: ma tutte le Banche Centrali hanno perso la loro indipendenza dopo la crisi del 2008 e il controllo dei rischi finanziari è completamente saltato, dato che le politiche monetarie realizzate hanno innescato un ondata di speculazione finanziaria difficile da domare.

Il sentiero per evitare una crisi si fa dunque sempre più stretto e i problemi strutturali sempre più evidenti. Da una parte un debito pubblico crescente generato da sussidi a una rilevante parte della popolazione che vota per Biden, dall’altra parte bolle speculative che devono essere sostenute a ogni costo, con default e fallimenti in salita verticale, un’economia che dipende solo dalla spesa pubblica, banche in difficoltà che devono essere salvate, credito in contrazione, e contesto geopolitico poco favorevole alla crescita economica globale. I motivi per essere molto bullish su questo modello economico-finanziario li lasciamo agli investitori passivi che, senza offesa, basano le strategie d’investimento solo sul salvataggio ad oltranza del sistema con i soldi pubblici.

Per entrare maggiormente nel dettaglio, si tenga conto anche che nel terzo trimestre il Pil Usa ha fatto registrare un + 5% su base annua, pari a 588 miliardi di dollari nominali così composti: 566 miliardi di contributo proveniente dal deficit spending e 22 miliardi dal settore privato. In sintesi, lo stimolo fiscale ha prodotto il 96% della crescita, mentre il settore privato è già a crescita zero. Analizzando il dato in dettaglio non sembra poi così positivo.

Nel frattempo, i cinesi non sembrano avere tutta questa fretta per introdurre lo stimolo fiscale che le banche d’investimento americane invocano tutti i giorni. Forse pensano che esso potrebbe essere spazzato via da un rischio di crisi negli Stati Uniti e preferiscono tenere da parte gli stimoli per intervenire in caso di problemi che possono arrivare ora dall’emisfero occidentale. D’altronde, l’Europa è già in recessione, il Giappone cresce di 1,2% dopo stimoli fiscali e monetari stellari, e l’America, se vuole galleggiare, deve far esplodere il debito pubblico, dato che quello privato già scricchiola sotto i colpi dei default.

A proposito di default, occorre tenere presente che le statistiche sui fallimenti che si vedono ora si riferiscono ad almeno 6-9 mesi prima, dato che le procedure legali che dichiarano lo stato di insolvenza non sono così rapide e immediate. La stessa cosa è accaduta nel 2008, quando i livelli di insolvenza del sistema hanno toccato il picco due anni dopo la crisi, anche se, di fatto, si riferivano a situazioni di fallimento già evidenti nei due anni precedenti. Quindi, se già oggi tali statistiche destano qualche preoccupazione, occorre considerare che non sappiamo esattamente dove si trovano ora tali percentuali, dato che i meccanismi con i quali un credito si trasforma da semplice “partita incagliata” a sofferenza e poi insolvenza è particolarmente lungo. È però evidente che in un contesto di crescita del 5% sul terzo trimestre 2023, risulta alquanto strano che ci sia in corso invece una tale dinamica da crisi economica ormai evidente.

I numeri da tenere d’occhio

Per dare una fotografia più completa possibile di come è effettivamente messo il sistema finanziario americano dopo 14 anni di quantitative easing, occorre tenere conto di questi numeri:

1500 miliardi di Private Credit, il cui rating medio è B/CCC

1500 miliardi di Leverage Loans

1500 miliardi di HY bonds

17300 miliardi di Consumer Credit di cui il 30% è Subprime.

4500 miliardi di Commercial Real Estate loans, di cui il 25% circa allo stato attuale è insolvente.

2 mila miliardi di credito a Private Equity e Venture Capital (credito speculativo) che finanziano aziende il cui debito è in media pari a sette volte il loro Ebitda.

Totale Debito Speculativo nel sistema: 12.600 miliardi su un PIL di 24 mila miliardi, pari al 52% del PIL.

Nel 2007, il debito speculativo presente nel sistema era il seguente:

2200 miliardi di Mortgage Subprime

400 miliardi di credito a Private Equity e Venture Capital

675 miliardi di Credito al Consumo Subprime

600 miliardi di Leverage Loans

800 miliardi di obbligazioni High yield

Totale Debito Speculativo nel sistema: 4.675 miliardi su un PIL di 15 Trilioni, pari al 31% del PIL.

Non è noto quanto di questo debito speculativo sia già ora insolvente, ma appare abbastanza evidente che il sistema è letteralmente saltato e opera, per ora, in modalità sopravvivenza. Purtroppo, nessuno è messo così bene per affrontare un rallentamento dell’economia o, peggio, una recessione, e quindi ora, dopo il rialzo dei tassi che ha messo in crisi tutto questo credito, si cerca di prefigurare una discesa dei tassi.

I problemi creati durante l’era del Quantitative Easing

Ma se non si vuole affrontare una recessione e una pulizia del sistema dai problemi creati durante l’era del Quantitative Easing, occorre un ulteriore stimolo monetario quando si è ancora in piena occupazione, con l’economia che non ha iniziato ancora la fase di deleverage, ma anzi, insiste sugli stimoli fiscali per sostenere una crescita non sostenibile: attualmente, per ottenere 1 dollaro di PIL bisogna creare 5 dollari di nuovo debito. Questa scelta può procurare comunque problemi alla discesa dell’inflazione, destabilizzare il mercato dei bonds e innescare una ulteriore impennata dei tassi a lunga scadenza.

A tutti questi problemi si aggiunge la necessità di difendere il dollaro come divisa di riserva. Le decisioni di fare nuovo debito e contestualmente far scendere i tassi non sembrano far ben sperare per la tenuta della divisa Usa e dei Treasuries. Davanti a problemi sempre meno gestibili, l’America ha giocato le carte dell’instabilità geopolitica globale, innescando una crisi con la Russia che ha messo in ginocchio l’economia UE, ha aperto una guerra commerciale con la Cina che ha portato ad un deflusso di capitali occidentali dalla Cina, ha beneficiato di una Bank of Japan orientata a svalutare lo Yen. Per difendere il dollaro c’è bisogno di pericolosa instabilità geopolitica costante e che tutto il resto del mondo sia in una crisi perenne.

Ci sono molteplici ragioni per assumere una posizione d’investimento ultra-difensiva, nonostante le dichiarazioni dei politici per cui il sistema è solido e l’economia è forte. I numeri purtroppo non confermano questa narrazione e forse per questo motivo l’Oro rimane attualmente l’unica asset class sulla quale fare affidamento. Per quanto riguarda equity e bond, le tendenze non sembrano così solide come si tende invece a far credere.



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