I nervi sono saltati più volte ai mercati negli ultimi giorni. Il «la» lo ha dato il taglio di Moody’s al rating degli Stati Uniti che hanno così perso la tripla A - indice d’affidabilità eccellente - per le preoccupazioni sul debito pubblico in aumento. A rincarare la dose hanno pensato due pesi massimi come Jamie Dimon e Ray Dalio. Il ceo di JP Morgan Chase sostiene che i mercati e le banche centrali sottovalutano i rischi creati dai deficit record, dai dazi e dalle tensioni internazionali. Tanto che le probabilità di una stagflazione negli Usa («di fatto una recessione con inflazione») sono il doppio di quanto previsto dai mercati, ha avvertito. Il secondo, fondatore del più grande hedge fund al mondo, Bridgewater Associates, ritiene che la vera minaccia non sia che gli Stati Uniti possano non riuscire a ripagare il loro debito. È che per rimborsarlo possano svalutare la moneta a scapito del potere d’acquisto dei risparmiatori.
Non che l’Eurozona se la passi meglio. Nella Financial Stability Review, la Bce ha messo in guardia dal fatto che tensioni commerciali, incertezza geopolitica e aumento della spesa per la Difesa potrebbero innescare nuovi shock. A questo va aggiunta l’asta deludente dei Treasury Usa a 20 anni, che ha aggiunto altra pressione ai rendimenti, con il bond trentennale volato il 22 maggio al 5,15% (a un soffio dal 5,17% massimo toccato nel 2007). Lo stesso giorno del The big beautiful bill, il decreto fiscale voluto da Donald Trump con tagli delle tasse che alzano di 4.000 miliardi di dollari il tetto al debito Usa nei prossimi dieci anni.
Il colpo di grazia è arrivato venerdì quando Trump, insoddisfatto delle trattative con l’Ue, ha minacciato dazi del 50% sull’Unione Europea a partire dal primo giugno. Così il Ftse Mib ha perso la sua àncora a quota 40 mila punti, livello visto l’ultima volta nel 2007 (+16,7% da novembre 2024 quando è stato eletto il presidente Usa, secondo miglior indice al mondo dopo il Dax, +24,63%).
Il movimento al rialzo si è spento, incorporando anche il quadro emerso dalle trimestrali delle società. Il consenso Bloomberg ha ritoccato al ribasso le stime sugli utili in Usa per il secondo trimestre al 3,3%, a causa dell’anticipo degli ordini registrato a marzo e dell’impatto delle tariffe imposte nei confronti della Cina nei 40 giorni tra aprile e maggio (145% con risposta del 125%). Per il terzo trimestre è atteso un aumento del 7%, seguito da un +6,5% per il quarto. In Eurozona, invece, l’outlook per i prossimi trimestri indica un aumento moderato per il secondo (+2%, fonte FactSet), che migliora nella seconda parte dell’anno: +6% nel terzo, +8,5% nel quarto. Ora gli investitori guardano a nuovi catalizzatori e si interrogano se la fase di «Sell Us» sia solo temporanea. Milano Finanza ha girato la domanda ad alcuni gestori.
Da un punto di vista «macroeconomico e di allocazione tattica, in questo momento appare sensato diversificare fuori degli Usa», suggerisce Kristofer Barrett, gestore di Carmignac Investissement. Con il Vix quasi normalizzato, «i tassi trentennali statunitensi sopra il 5% e i tassi reali in aumento, lo spazio per un aumento delle valutazioni azionarie appare limitato. A ciò si aggiungono livelli di indebitamento preoccupanti e un calo della fiducia dei consumatori, fattori che potrebbero pesare sull’ottimismo degli investitori», ragiona il money manager. In questo contesto, l’Europa e i mercati emergenti offrono «un’alternativa interessante, con valutazioni più attraenti. Il cambiamento è già evidente: i flussi favoriscono sempre più gli asset non legati al dollaro».
Nessuna area è però del tutto immune alle conseguenze delle azioni dell’amministrazione Trump 2.0, avverte Barrett. Le società europee «potrebbero soffrire a causa di un euro più forte e della loro presenza globale, che comporta una forte esposizione al mercato statunitense». Ma gli Usa «restano il terreno più fertile per una crescita degli utili sostenuta grazie a livelli di innovazione e di investimenti in capitale difficilmente eguagliabili. Basti pensare che i quattro principali hyperscaler (grandi fornitori di servizi cloud, ndr) - Amazon, Google, Microsoft e Meta - prevedono di investire 330 miliardi di dollari nel 2025, mentre il progetto di datacenter Stargate promosso da Trump punta a un investimento di 500 miliardi». Per dare un termine di paragone, il piano infrastrutturale della Germania vale 500 miliardi, ma spalmati su dieci anni.
La rotazione dagli Usa verso l’Ue è stata evidente nel primo trimestre, ma il trend pare già in fase d’inversione, sostiene Tim Graf, head of macro strategy Emea di State Street Markets. Era iniziata a fine 2024 con l’avvio di politiche fiscali europee più espansive e l’adozione di misure per incrementare la spesa comune in materia di Difesa. Nelle fasi iniziali di questa riallocazione verso l’Europa, ragiona Graf, «gli investitori istituzionali hanno ridotto molto la loro forte sovraesposizione sull’azionario Usa. Il movimento è stato così ampio da riportare l’esposizione sull’azionario europeo da sottopeso a neutrale».
I settori europei che hanno registrato i maggiori afflussi nel primo trimestre sono stati i finanziari (in particolare le banche) e gli industriali (soprattutto la difesa). «Le esposizioni in questi comparti hanno raggiunto livelli estremi durante il picco della riallocazione da Usa a Europa». Ma con i primi accordi sui dazi, le posizioni sull’azionario Usa hanno recuperato quasi del tutto, nota Graf, «gli istituzionali sono tornati ad allocare capitale verso i settori It e molto verso i Magnifici 7, in parte a scapito dell’azionario europeo», ancora a livello neutrale, anche se si registrano vendite sul Dax. Se esiste un tema di «Sell Us», conclude il gestore, «sembra toccare più i Treasury Usa e il dollaro statunitense». Per quanto riguarda l’Europa, i deflussi sono più marcati nei comparti saliti molto in precedenza: salute, utilities e finanziari.
Nonostante gli accordi temporanei in corso, «i dazi rimangono decisamente più elevati rispetto al passato. Questo rappresenta una sfida che potrebbe contribuire a un aumento dell’inflazione», nota Andrew Lake, chief investment officer di Mirabaud Asset Management. E quindi la domanda è: le aziende decideranno di assorbire l’inflazione riducendo i margini, o trasferiranno i costi ai consumatori? In Europa, i dati recenti dalla Germania mostrano contrazioni sia nei servizi sia nella manifattura. Nel complesso, l’attenzione di Lake è concentrata «sul rischio delle singole società piuttosto che su decisioni top-down di ampia portata»; il gestore è alla ricerca di «società che saranno meno colpite dai dazi, o che potrebbero trarne vantaggio, diversificando il portafoglio ed evitando settori come quello retail, dei viaggi o automobilistico, che sono più esposti alla spesa dei consumatori».
Se l’inflazione sale a causa dei dazi, nota Kent Hargis, gestore del fondo Ab Low Volatility Equity Portfolio di AllianceBernstein, meglio puntare «sulle azioni: secondo la nostra ricerca, hanno realizzato buone performance superando il tasso di inflazione, o offrendo rendimenti reali positivi, per oltre un secolo». Quanto agli Usa, Hargis ritiene che il mercato non debba essere abbandonato perché «dopo la gloria delle Magnifiche 7 è ora il momento delle Magnifiche Altre, aziende di elevata qualità».
L’azionario europeo, secondo il gestore, potrebbe recuperare terreno grazie alla presenza di «molte società di qualità e con utili solidi, il Vecchio Continente offre valutazioni ancora attraenti rispetto a quelle Usa, oltre al fatto che la media delle imprese ha battuto le attese del consenso». Una strategia difensiva, oggi, dovrebbe guardare ai titoli orientati ai servizi piuttosto che ai produttori di beni, come i viaggi online e alcune finanziarie. Bisogna restare investiti nella tecnologia, ma con un approccio selettivo: le società di software permettono di cogliere l’innovazione portata dall’AI. L’esperto cita poi gli industriali che operano soprattutto negli Usa, gli editori digitali e i gruppi ingegneristici che beneficiano di importanti megatrend, come la spesa globale per le infrastrutture.
Tenere conto dell’orizzonte temporale è importante, interviene Ritu Vohora, investment specialist di T. Rowe Price. Dobbiamo attenderci un rallentamento della crescita nel breve negli Usa e in Europa, ma non nel medio termine grazie alla politica fiscale Usa (tagli alle imposte), alla spesa europea per la Difesa e le Infrastrutture, nonché al sostegno fiscale della Cina. Vohora ha ridotto il sovrappeso azionario, teme i dazi che scontano un’aliquota effettiva del 15% rispetto al 2,5% di inizio 2025. Il gestore sottolinea che «l’onere ricadrà sui consumatori e sul mercato del lavoro». L’Europa, conclude l’esperto, «offre valutazioni interessanti», ma è soggetta a un «rischio di ribasso della crescita a breve e l’impatto della spesa fiscale si farà sentire solo nei prossimi 9-12 mesi». I settori value appaiono interessanti, date le valutazioni «relativamente attraenti, insieme a quelli delle materie prime e dei materiali che possono beneficiare della maggior spesa per le infrastrutture di AI e per la difesa nell’Ue e del rientro delle catene di approvvigionamento globali». (riproduzione riservata)