Quando il petrolio sale anche Tenaris cresce in borsa. Ma nell’ultimo anno il titolo del gigante italo-americano dei tubi per oleodotti e gasdotti si è mosso con maggiore autonomia. Quanto meno nella seconda parte del 2024, perché da luglio in poi il prezzo del greggio è stato più sotto che sopra gli 80 dollari al barile.
Negli ultimi 12 mesi, invece, le azioni della società controllata dalla famiglia Rocca hanno guadagnato il 30,9%e a inizio 2025 hanno cavalcato le nuove - dure - sanzioni contro le petroliere vicine a Mosca, l’ultimo atto dell’oramai ex presidente americano Joe Biden.
Altra benzina per il titolo, che a Piazza Affari capitalizza quasi 22 miliardi e tra gli analisti monitorati da Bloomberg colleziona nove buy, cinque hold e un sell. Il target price medio a 12 mesi? Circa 19,6 euro, valore che va confrontato con i 18,97 euro a cui hanno chiuso le azioni venerdì 17 gennaio.
Tenaris si è ripresa in borsa dopo le difficoltà del 2023, legate per gli analisti di AlphaValue anche ai risultati «troppo buoni» del 2022. La ripartenza è merito di una cura fatta di dividendi e buyback. Come quelli approvati dopo i conti dei nove mesi, quando la società ha annunciato un nuovo riacquisto di azioni proprie da 700 milioni di dollari e una cedola ad interim di 27 centesimi (+35%).
La doppia mossa ha fatto dimenticare ai soci le minori vendite nette, scese tra gennaio e settembre a 9,68 miliardi di dollari (-15%). La colpa è del calo dei volumi di prodotti tubolari spediti (-4%) e dei prezzi medi di vendita dei tubi (-15%), che oltre ai ricavi hanno inciso anche sull’ebitda, diminuito a 2,32 miliardi (-40%).
Così i margini si sono ridotti al 24% dal 34% dei primi nove mesi del 2023, mentre i profitti netti sono scesi a 1,56 miliardi (-45%) e l’utile per azione a 1,34 dollari (-43%).
In realtà Tenaris ha pagato le difficoltà del primo semestre perché i conti del terzo trimestre hanno battuto le attese di Banca Akros. Dovrebbe essere solo una parentesi, perché tra ottobre e dicembre la società si aspetta un fatturato e un ebitda inferiori a quelli dei tre mesi precedenti. Questa volta la colpa sarà delle minori vendite in Messico e Arabia Saudita, oltre che dell’impatto ritardato dei prezzi dei prodotti tubolari nelle Americhe.
Il 2025, invece, potrebbe partire con il piede giusto perché le spedizioni verso Nord America e Medio Oriente dovrebbero riprendersi e con loro anche il fatturato e l’ebitda. Senza contare, come ha scritto la società in una nota, che «i prezzi del petrolio sembrano stabili e sostengono gli investimenti del settore nonostante l’incertezza sulla domanda asiatica e le tensioni geopolitiche».
Tenaris potrebbe avere anche un altro asso nella manica: Donald Trump. Il nuovo presidente è pronto a proteggere l’economia americana con un’altra ondata di dazi, che però non dovrebbero colpire la società dei Rocca viste le sue radici negli Stati Uniti.
Altro vantaggio, Tenaris redige il bilancio in dollari e potrebbe sfruttare lo smalto mostrato dalla valuta a stelle e strisce nelle ultime settimane. Ancora una volta merito del leader dei repubblicani, che con il suo programma elettorale rischia di risvegliare l’inflazione statunitense e ha indotto la Fed ad adottare un atteggiamento più prudente sui tassi d’interesse.
Gli analisti consigliano Tenaris anche per la sua cassa netta, utilizzata per i buyback e i dividendi che periodicamente finiscono nelle tasche della famiglia Rocca attraverso Techint Holding e poi San Faustin. Chissà che in futuro questa disponibilità liquida non venga sfruttata anche per le acquisizioni.
Il settore in cui opera Tenaris è molto frammentato e questo permette alla società di svettare nonostante una quota di mercato inferiore al 20%. Il gigante dei Rocca domina in America del Nord, dove ha generato circa il 55% dei suoi ricavi nel 2023. America del Sud ed Europa sono le altre due regioni chiave, ma per gli analisti c’è spazio per andare oltre. Soprattutto in Medio Oriente, dove secondo AlphaValue si può e si deve fare di più.
La cassa potrebbe essere indirizzata anche verso altri business più legati alla transizione energetica. Un metodo per diversificare le entrate e non legarle troppo al petrolio, materia prima che in futuro sarà sempre meno centrale.
L’idrogeno ad esempio può essere spostato nei gasdotti. Ma anche pozzi geotermici e sistemi di trasporto e stoccaggio della Co2 sono opportunità da non sottovalutare. (riproduzione riservata)