Il divario nei tassi tra Usa e Eurozona dovrebbe ridursi nei prossimi mesi, secondo le attese di mercato. Gli operatori monetari ritengono che la Bce lascerà i tassi al 2% a settembre e ottobre, mentre potrebbe abbassarli dello 0,25% a dicembre. Quest’ultima mossa è scontata con una probabilità di poco inferiore al 50%.
Al contrario la Fed, rimasta ferma nelle riunioni di quest’anno, dovrebbe tagliare i tassi (oggi al 4,25-4,5%) due volte entro dicembre. Una sforbiciata già a settembre è considerata probabile all’85%.
Il mercato guarda ora con grande attenzione al forum di Jackson Hole e in particolare all’intervento di venerdì del presidente Fed Jerome Powell, mentre la presidente Bce Christine Lagarde dovrebbe confermare l’approccio «dipendente dai dati» con decisioni «riunione per riunione».
Negli ultimi giorni i mercati sono diventati più prudenti riguardo a un taglio ulteriore della Bce che ha già dimezzato i tassi dal 4% toccato a giugno 2024. Francoforte ha ora una politica monetaria neutrale, cioè tale da non comprimere né stimolare la crescita. L’inflazione ha raggiunto a giugno e luglio il 2%, ovvero l’obiettivo di medio termine della Bce.
I rischi sul carovita non sono però del tutto alle spalle, anche se adesso sono perlopiù al ribasso, come hanno evidenziato diversi governatori europei nelle scorse settimane. La banca centrale prevede che l’inflazione scenda l’anno prossimo all’1,6%, quindi sotto il target, per poi tornare al 2% nel 2027. Non è escluso però che il carovita possa calare più delle attese, allontanandosi in modo più deciso dall’obiettivo, soprattutto se la crescita europea sarà debole.
Il pil dell’Eurozona è salito di solo lo 0,1% nel secondo trimestre, rallentando in modo netto rispetto ai primi tre mesi dell’anno (+0,6%), quando molte imprese avevano aumentato attività per anticipare i dazi di Donald Trump, annunciati per la prima volta il 2 aprile. In seguito l’economia ha frenato. La produzione industriale è scesa dell’1,3% a giugno, oltre le attese degli analisti, con una flessione significativa in Germania (-2,3%).
Nei prossimi mesi si capirà meglio l’impatto dei dazi. Come riportato su MF-Milano Finanza, l’export Ue verso gli Stati Uniti ha mostrato un netto calo a giugno, scendendo a 40,2 miliardi, oltre il 10% in meno rispetto all’anno precedente. La flessione è stata ancora più netta rispetto a marzo, quando le esportazioni verso gli Usa hanno toccato il picco di 71,7 miliardi a causa delle vendite pre-dazi.
Le scorte accumulate prima delle tariffe e il dollaro debole hanno fatto calare l’export Ue a giugno. Difficilmente però le esportazioni potranno sostenere la ripresa. A fine luglio le tariffe Usa sono state fissate al 15%, ma restano incertezze sulla loro applicazione. Il livello dei dazi è molto più alto rispetto alle medie storiche e potrebbe far scendere crescita e inflazione nell’Eurozona.
Alcuni economisti hanno però giudicato in modo positivo la maggiore chiarezza sulle politiche commerciali Usa. Inoltre gli analisti negli ultimi giorni hanno sottolineato le prospettive migliori per l’economia Ue legate soprattutto al maxi-piano tedesco di investimenti per difesa e infrastrutture. Così sono scese le aspettative di un ulteriore taglio dei tassi Bce.
Alcune banche d’affari hanno ridotto le attese di un taglio già dopo l’ultimo consiglio direttivo, soprattutto a causa dell’ottimismo sul pil mostrato da Lagarde nella conferenza stampa del 24 luglio.
«I tassi sono a un livello molto buono», ha detto nei giorni scorsi il presidente della Bundesbank Joachim Nagel. «D’ora in poi possiamo monitorare l’andamento dell’economia e reagire in modo flessibile se necessario».
Il quadro economico è in questa fase più difficile per la Fed, che a causa dei dazi deve affrontare nello stesso tempo la frenata economica e (a differenza dell’Eurozona) un probabile rialzo dell’inflazione. La banca centrale è sotto i riflettori anche per gli attacchi di Trump: i mercati temono una perdita di indipendenza della Fed. (riproduzione riservata)