STMicroelectronics annuncia 5.000 uscite in tre anni. Sono inclusi i 2.800 tagli di posti di lavoro già annunciati all'inizio del 2025. Circa 2.000 lasceranno l’azienda per naturale turnover, portando il numero totale delle uscite, comprese quelle volontarie, a 5.000», ha detto il ceo, Jean-Marc Chery, a un evento a Parigi.
Il gruppo di chip, in cui i governi italiano e francese detengono insieme una quota del 27,5% tramite ST holding, impiega 50.000 persone in tutto il mondo. I colloqui con le parti interessate e le autorità per l’attuazione di questo piano procedono secondo i piani, ma in Italia la situazione è più difficile. Tanto che «molto probabilmente potrebbe rallentare un po’ la nostra velocità di attuazione», ha ammesso l’ad su cui il governo italiano ha puntato il dito, insoddisfatto per le scelte di gestione di questi ultimi anni e per lo stallo venutosi a creare a livello della holding.
L’ad ha anche parlato di segnali di un ciclo positivo, un periodo di aumento della domanda da parte del mercato, che sosterrà i risultati del gruppo di semiconduttori italo-francese nei prossimi trimestri, a meno che le tensioni commerciali non ostacolino questi sviluppi favorevoli.
I produttori di chip esposti ai mercati dell’automotive, dell’industria e dell’elettronica di consumo, come Stm, hanno affrontato nella prima parte dell’anno un calo prolungato degli ordini, aggravato da una sovracapacità produttiva, da scorte elevate e da una domanda bassa.
Chery ha poi assicurato che la società raggiungerà almeno il valore intermedio delle sue previsioni sui ricavi per il secondo trimestre del 2025 a 2,71 miliardi di dollari (stima in linea con quella del consenso che si aspetta 3 miliardi nel terzo trimestre e 3,2 miliardi nel quarto). «La dinamica è piuttosto interessante. Perché? Perché da inizio trimestre il rapporto book-to-bill è ben al di sopra della parità. Questo significa che ci troviamo in una fase di ciclo positivo», ha detto. Una ripresa che continuerà almeno fino al terzo trimestre, il che potrebbe rappresentare un punto di svolta per la crescita delle vendite del gruppo italo-francese nel 2025, dazi permettendo.
Infatti, i rischi geopolitici, inclusa la guerra commerciale e i dazi imposti dal presidente statunitense, Donald Trump, gettano incertezze sulla parte finale del 2025, ha avvertito il top manager, precisando che l’incremento osservato finora non è stato causato da una sovrastima delle scorte da parte dei clienti, in previsione di eventuali nuovi dazi. «Non osserviamo un comportamento marcato da parte dei clienti volto a sovrastoccare. Non dico che non esista, ma non è significativo», ha spiegato Chery. Detto questo la domanda resta sbilanciata a livello regionale, con la richiesta più forte in Cina e la più debole in Europa.
Le attese di Equita (rating hold e target price a 22 euro confermati su Stm) sull’anno sono un fatturato pari a 11,7 miliardi di dollari (11,4 miliardi la stima del consenso), +23% semestre su semestre nella seconda parte dell’anno, con auto +27% semestre su semestre, industrial +23%, personal electronics +28% e communications +7%. Mentre il margine lordo è stimato al 35%, in linea con il consenso, e l’ebit a 603 milioni (consenso a 568 milioni).
Il titolo STMicroelectronics si è portato nell’intraday sui massimi del 27 febbraio a Piazza Affari. A tenere banco anche le indiscrezioni de La Stampa che ipotizza la separazione della holding e delle attività industriali del gruppo di semiconduttori italo francese, scenario che agli occhi degli analisti sembra poco credibile. Così l’azione ha toccato nell’intraday quota 25,13 euro per poi chiudere con un balzo dell’11,15% a 24,93 euro (a 27,07 euro il massimo dell’anno, segnato il 21 febbraio). In serata è poi arrivata la smentita da fonti del Mef e del Mimit: l’ipotesi è stata definita «priva di fondamento».
In particolare, prima verrebbe separata ST Holding, il veicolo in cui lo Stato italiano e quello francese controllano il 27,5% della società, con la distribuzione delle azioni di Stm tra i due azionisti, e in seguito le attività industriali con una parte più focalizzata sul business automotive e di potenza e un’altra parte più focalizzata su digitale.
«Lo scenario ci sembra poco credibile e comunque si tratta di studi preliminari volti a valutare la fattibilità di un’operazione complessa che richiederebbe diversi anni», commenta Equita secondo la quale le analisi nascono dall’insoddisfazione espressa dal governo italiano sulle scelte realizzate dal management in questi ultimi anni e dallo stallo venutosi a creare a livello della holding.
«La separazione in due delle attività, oltre alle citate complessità operative, porterebbe, a nostro avviso, il gruppo a perdere benefici di scala e ad aumentare la volatilità dei risultati, concentrando le attività in uno specifico end market: nel 2025, per esempio, Stm può beneficiare di una ripresa visibile del business personal electronics a fronte di una situazione ancora incerta sulla ripresa del business automotive/industriale», spiega Equita.
Separatamente, il 3 giugno, On Semiconductors, tra i principali competitor americani di Stm, ha chiuso la seduta con un progresso del +11% dopo aver dato messaggi più costruttivi sul recupero nel secondo semestre del 2025 durante una conferenza. In particolare, ha parlato di una ripresa nell’automotive, guidata soprattutto dal ramp-up di alcune piattaforme ev in Cina, dal business industriale in miglioramento e dalla continua crescita nel mondo AI. «Si tratta di un messaggio più costruttivo sul recupero di due dei principali mercati anche per Stm, anche se evidenziamo che l’esposizione agli Oem cinesi e al business AI rimane ad oggi limitata per il gruppo italo francese ed sarà un driver più significativo a partire dall’anno prossimo», precisa Equita.
Anche a detta di Banca Akros (rating neutral e target price a 21,50 euro su Stm) On Semiconductors ha rilasciato commenti positivi riguardo alla ripresa nella seconda metà dell’anno, però «parte dell’ottimismo del competitor Usa può essere specifico dell’azienda e legato all’aumento della quota di mercato presso i produttori cinesi di automobili grazie a una politica di prezzi aggressiva per i chip al carburo di silicio (la quota nel SiC è cresciuta oltre il 20% e l’obiettivo resta tra il 30% e il 40%)». (riproduzione riservata)