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Giuseppe Castagna (Bpm) e Luigli Lovaglio (Mps)
Giuseppe Castagna (Bpm) e Luigli Lovaglio (Mps)
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Nessun premio di concambio, cause in eredità, qualità degli attivi peggiorata, subordinazione nelle nozze e tagli imponenti ai costi. Nell’offerta di Siena si intravedono sacrifici per Piazza Meda

Spezzatino a Milano? I dati finanziari e le strategie dell’ipotesi Mps-Banco Bpm

di Fabio Pavesi
05 settembre 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 06 settembre 2026, 00:12

Nessun premio di concambio, cause in eredità, qualità degli attivi peggiorata, subordinazione nelle nozze e tagli imponenti ai costi. Nell’offerta di Siena si intravedono sacrifici per Piazza Meda

Spezzatino non sia mai. Più che un grido è ormai un coro che da Siena vede tutti uniti contro la prospettiva dello smembramento della banca più antica del mondo, qualora l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps dovesse avere successo. Dal sindaco della città toscana Nicoletta Fabio, al presidente della Regione, Eugenio Giani, fino ai dipendenti. E ancora dalla maggioranza fino all’opposizione in consiglio comunale, tutti uniti a difendere l’integrità di Rocca Salimbeni.

Un coro che ha preso ancora più vigore dopo l’intervista rilasciata da Meloni a Milano Finanza di venerdì 14 agosto, nella quale la premier si è detta preoccupata - o meglio contraria - rispetto all’ipotesi di spartizione a metà di Mps tra la Ca’ de Sass e Unipol-Bper. Piano su cui ha avuto da obiettare anche il responsabile economico del Pd Antonio Misiani ha finito per fare eco nei giorni scorsi.

Le mosse strategiche di Luigi Lovaglio

Lo stesso Luigi Lovaglio nella sua mossa difensiva contro Intesa Sanpaolo ha messo in campo l’integrità della banca, passando di fatto dalla difesa al contrattacco. Assalto a Banco Bpm e Banca Generali con due obiettivi: farsi più grande, raddoppiando le dimensioni, rendendo impossibile la scalata di Intesa e sottrarre a Messina il vero tesoro di tutta la contesa, quel pacchetto di Generali che verrà sì smembrato: usato in parte per distribuire un bel dividendo straordinario ai soci di Mps e per altra parte a disposizione del miglior offerente. Un modo astuto di intralciare se non rendere proibitiva l’operazione di Intesa/Unipol.

Così si salva tutta Mps che, al contrario, diventa perno coagulatore del novello terzo polo, tanto caro a parti importanti del governo.

Ma se dal punto di vista dell’arcigno banchiere lucano, che ha conquistato l’impensabile con la presa di Mediobanca ed è risorto dalle ceneri dopo la cacciata ordita da Caltagirone, tutto può avere una logica, diverso dovrebbe essere il punto di vista degli altri invitati a nozze.

In particolare quello dei soci di Piazza Meda e del suo ceo Giuseppe Castagna. A partire dal fatto che non c’è nessun premio a partecipare alle nozze per gli azionisti di Banco Bpm. Nella nuova banca che dovrebbe nascere, tra l’altro, i vecchi soci di Mps avrebbero il comando delle operazioni con il 50,1% del capitale, mentre i soci di Bpm si attesterebbero al 37%. Chiaro che comando e gestione sarebbero tutti nelle mani di Lovaglio.

I dati finanziari dentro a Mps-Bpm

In più dentro casa nel nuovo conglomerato si troverebbero una banca (Siena) che ha una qualità dell’attivo peggiore della banca di Piazza Meda. 2,9 miliardi di crediti deteriorati, pari a un Npe ratio lordo del 3,5% e netto dell’1,8% per Mps. A fronte di 2,2 miliardi di crediti malati di BancoBpm con un Npe ratio di 2,2% e netto di 1,22%.

La nuova banca nascerebbe così con un asset quality peggiore della sola Bpm. Non solo ma Siena si porta appresso l’eredità dei contenziosi. Tuttora sulla banca pendono procedimenti giudiziari per un petitum complessivo di 3 miliardi. Di questi la banca stima che 1,37 miliardi possano essere a soccombenza probabile e per i quali sono stati accantonati a fondo rischi 395 milioni. Se dovesse perdere i contenziosi, c’è il concreto rischio che il fondo stanziato non basti a coprire le richieste di danni.

Certo i punti di vantaggio sono tanti. L’unione tra Mps stand alone e Bpm vorrebbe dire pro-forma 10 miliardi di ricavi con oltre 4 miliardi di utili netti. Una buona complementarietà senza eccessive sovrapposizioni territoriali e se la girandola di operazioni con Banca Generali andasse in porto ecco che il nuovo conglomerato promette di raggiungere un ritorno sul capitale tangibile del 19% con un Cet1 poco sopra il 13%. Quanto al supporto all’economia rischia di tradursi in uno slogan un terzo polo attento al credito alle imprese e alle famiglie, dato che Lovaglio ha puntato il faro sul fatto che la nuova banca sarà capital light con una decisa direzione verso i ricavi commissionali che dovranno salire a oltre il 40% dei ricavi totali. Insomma più modello wealth management che banca commerciale. Senza contare che nelle fusioni è più facile che il credito venga contratto anziché aumentato, soprattutto nel caso di affidamenti congiunti. E in ogni caso il tanto sbandierato sostegno al credito è minore di quanto venga propagandato.

La sola Mps infatti ha uno stock di prestiti di 81 miliardi a fronte di una raccolta sui depositi della clientela di 86 miliardi con un loan deposit ratio del 94%. Un buon livello certo ma non ancora ottimale. Senza contare che la banca toscana non fa certo sconti (come tutte del resto) sui prestiti. Nel 2025 il tasso attivo su mutui e prestiti è stato del 3,51% a fronte di un costo complessivo della raccolta dello 0,7% con un margine per la banca del 2,81%.

Le sfide e i rischi nel futuro di Siena

Ma la vera sfida anzi il grande enigma che si presenta è come e chi si accollerà ben 1,2 miliardi di sinergie di costo che Lovaglio promette. Un taglio brusco se si pensa che i costi operativi di Piazza Meda valgono 2,78 miliardi e quelli di Siena 1,88 miliardi. Insieme fanno poco oltre 4,6 miliardi di costi cumulati pro-forma. Vuol dire un taglio netto del 26% di tutti i costi dell’aggregato. Del resto Lovaglio si è posto l’obiettivo ambizioso di portare il cost income della nuova entità dal 46% attuale al 36%. Dieci punti percentuali in meno di costi sui ricavi che appunto significano tagli per 1,2 miliardi. In un tempo breve tra l’altro.

E così c’è il rischio neanche troppo remoto che il contrattacco del ceo di Siena voglia dire una manovra di lacrime e sangue per i dipendenti innanzitutto, che da soli, pesano per 3 miliardi per le due banche.

La controffensiva di Lovaglio evita così lo spezzatino di Siena ma con un rischio sulla carta di grandi sacrifici per i dipendenti e di una manovra molto draconiana sui costi. Ma soprattutto c’è da capire dove la scure si poggerà. Visti i rapporti di forza è plausibile che il carico maggiore finisca in capo a Banco Bpm.

Non si parlerà certo più di spezzatino ma le nozze rischiano di non essere certo un pranzo di gala. Per Bpm soprattutto. (riproduzione riservata)



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