Le sempre più ampie partecipazioni societarie detenute dallo Stato Italiano (sono arrivate a 39.663) sono una vera croce e delizia per il bilancio pubblico. Questo emerge dal recente dossier di Monitoraggio e controllo delle società a partecipazione pubblica e ricognizione degli assetti organizzativi stilato dal Servizio per il Controllo Parlamentare della Camera dei Deputati. Il ddl Assestamento di Bilancio per il 2025 prevede che le cedole staccate dalle società a partecipazione pubblica toccheranno quota 3,9 miliardi quest’anno. Un incremento di 1,3 miliardi rispetto a quanto immaginato appena 8 mesi fa (2,6 miliardi), con la legge di bilancio. Questa differenza in positivo impatta sull’indebitamento netto delle casse pubbliche, tanto che è previsto un miglioramento di 800 milioni rispetto alle stime iniziali. Al 30 giugno sono stati raccolti già 3,3 miliardi di versamenti dalle partecipate pubbliche. A contribuire al maxi-assegno per il Mef di Giancarlo Giorgetti sono in primis Cassa Depositi e Prestiti (quasi 1,8 miliardi), Enel (515 milioni) e Sace (405 milioni).
Guardando alle 3.592 imprese controllate dallo Stato, il rapporto Istat 2025 sulla galassia delle partecipazioni pubbliche (con dati aggiornati al 2022), evidenzia che generano annualmente 65 miliardi di valore aggiunto, pari al 6,5% di quello prodotto complessivamente dai settori dell’industria e dei servizi. E in crescita dell’8,5% nel giro di un anno. Anche il valore aggiunto per addetto sale a 115.194 euro, «valore fortemente influenzato dai settori estrattivo e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata, in cui si concentrano le grandi aziende di Stato».
Non sempre però le partecipate pubbliche sono economicamente convenienti per le amministrazioni che le detengono. Violando di fatto le richieste di spending review del governo nonché le prescrizioni del Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica (Tusp). In particolare, evidenzia l’ultimo rapporto (con i dati aggiornati al 31 dicembre 2022) sulle partecipazioni pubbliche del ministero dell’Economia, solo nel 27% dei casi le amministrazioni hanno scelto di attuare interventi di razionalizzazione per le 842 società (3.776 partecipazioni) con un fatturato medio inferiore a 1 milione di euro per tre anni consecutivi, in violazione delle richieste del Tusp. E allo stesso tempo sono 191 le società partecipate - non costituite per gestire un servizio d’interesse generale - che presentano un risultato economico negativo in almeno quattro degli ultimi cinque esercizi. Nel 65,4% dei casi le amministrazioni pubbliche ne mantengono comunque le loro partecipazioni. Anche allargando lo sguardo a tutte le 9.069 partecipazioni societarie non conformi agli standard del Tusp, il quadro non cambia: le amministrazioni non mollano la presa sulle partecipate nel 76% delle situazioni. Dinamiche degne del Gattopardo. (riproduzione riservata)