La medicina ha avuto effetto. Una delle più aggressive strette monetarie degli ultimi decenni sembra aver riportato l’inflazione sotto controllo. E come ha sottolineato il neo governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, se il trend proseguirà allora i tassi potrebbero essere tagliati prima del previsto. Il rallentamento dei prezzi è merito della frenata dei costi dell’energia, a cui si è aggiunto il calo nelle spese legate al divertimento (ristoranti, hotel, ecc.). Così a novembre l’indice dei prezzi al consumo si è avvicinato al 2%, quel valore ideale che stimola la crescita senza danneggiare l’economia.
Certo, c’è chi sta meglio di altri. Ad esempio l’Italia, dove a novembre l’indice dei prezzi al consumo ha registrato addirittura un -0,4% mensile, mentre nell’anno l’aumento è solo dello 0,8%, dato che riporta le lancette al marzo 2021. Una frenata, quindi, anche nell’Eurozona, che a novembre ha assistito solo a un +2,4% dell’inflazione. Per gli Usa la strada sarà più lunga (a ottobre il deflatore pce è aumentato del 3%), ma il trend calante oramai è evidente ovunque e quel +8,1% registrato nel 2022 in Italia dovrebbe restare un lontano ricordo.
Con i prezzi in frenata cambiano le scelte di investimento: meglio assumere più rischi o puntare su asset più sicuri? Per adesso i mercati hanno imboccato la prima via. A novembre tutti gli strumenti più speculativi hanno segnato performance positive, con il rally di fine anno che sembra già avviato. Oltre alle solite conferme (lo S&P 500 è cresciuto del 9%), l’indice mondo è salito dell’8%.
Fronte obbligazioni, il calo dei rendimenti è sintomo del rinnovato interesse nei bond. Non solo quelli governativi, anche gli high yield Usa, mentre in Europa i finanziari subordinati hanno battuto i senior. «Gli investitori hanno colto la palla al balzo perché l’inflazione è in frenata e in primavera le banche centrali potrebbero già tagliare i tassi», rivela Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte. «Il ragionamento può essere sintetizzato così: meglio comprare bond subito, allora, perché rendimenti così alti non torneranno presto».
Nel 2024 la musica potrebbe cambiare. La crescita nell’Eurozona dovrebbe restare dello zero virgola con il rischio Germania che incombe sul continente. Iniziano anche a serpeggiare dei dubbi sulla tenuta dell’economia americana, con Joe Biden che dovrà tirare i cordoni alla spesa pubblica per rispettare i patti con i repubblicani.
In questo contesto i gestori invitano ad adottare un profilo più equilibrato: «Conviene investire in prevalenza su asset più sicuri formando portafogli composti al 70% da bond e al 30% da azioni», spiega Fabrizio Santin, senior portfolio manager di Pictet AM. «Chi vuole esporsi può farlo sull’obbligazionario allungando la durata di qualche anno: la media italiana ora è di 3-4 anni».
La preponderanza che i bond avranno nei portafogli anche nei prossimi mesi ha due spiegazioni. È vero, Btp e Treasury a 10 anni non rendono più intorno al 5% come a ottobre. Ma le valutazioni restano alte, sopra il 4%, anche se continueranno a limarsi con la crescita che stenta. Altro vantaggio, con i prezzi che frenano i rendimenti reali (cioè quelli nominali meno l’inflazione) sono ai massimi dal 2007, circa al 2,5%.
Fin qui investimenti sicuri. «Chi vuole rischiare può inserire in portafoglio titoli di Stato e obbligazioni governative con una durata più elevata», chiarisce Santin. «Suggerirei però di diversificare puntando per lo più sui corporate sull’investment grade, più rischiosi, e in parte sugli high yield dell’Eurozona». L’altro pericolo riguarda l’Italia: se la Bce ridurrà i reinvestimenti Pepp si potrebbero creare delle pressioni sul Btp maggiori che sugli altri bond dell’area euro.
All’interno di quel 30% di portafoglio composto dalle azioni conviene puntare sui titoli difensivi. Innanzitutto le utility, che hanno sofferto parecchio in un contesto di tassi alti. Seguono il settore farmaceutico e i consumi di base: questi investimenti, però, vanno controbilanciati con un’esposizione di lungo termine sui titoli AI e sulle large cap Usa. I mercati emergenti, invece, andrebbero evitati perché troppo legati alla Cina, che sta registra da mesi una crescita deludente.
Nel 2024, inoltre, converrà puntare sugli etf, soprattutto quelli legati a oro e petrolio. Il metallo giallo è ai massimi di sempre, sopra i 2 mila dollari l’oncia, e anche se non offre rendimenti torna attraente in un contesto di tassi calanti. Senza contare che si tratta del bene rifugio per eccellenza in un contesto futuro di possibile recessione. Il greggio resta in balia dell’Opec+, che fatica ad accordarsi sui tagli alla produzione. Così due pezzi da novanta come Arabia Saudita e Russia hanno deciso di andare avanti da sole. L’obiettivo è comune: spingere i prezzi.
Con il rallentamento dell’inflazione conviene puntare, e alla svelta, su alte forme di risparmio con rendimento garantito anche con i tassi in calo. Il conto Vincolato proposto da Cherry Bank riconosce il 5,4% lordo da 36 a 60 mesi, fino a un massimo di 3 milioni per deposito. La liquidazione d’interessi è trimestrale, posticipata. Allo stesso modo, Conto Deposito 102 proposto da Guber Banca promette il 5,3% su 18 mesi (5.883 euro netti a scadenza per ogni 100 mila euro depositati).
Tra le peculiarità, si tratta di un prodotto a impatto sociale, che destina lo 0,5% delle somme annue vincolate (555 euro nell’esempio tipo) a favore di alcuni progetti beneficiari individuati dall’istituto. Analoghe offerte sono quelle di Aidexa (5% lordo da 18 a 36 mesi, ossia un 3,7% annuo che si traduce in 11.100 euro d’interessi lordi complessivi su 100.000 euro, cifra massima vincolabile) e ViviBanca (fino al 5,5% lordo con ViviConto Extra, che significa ottenere 15.725 euro d’interessi netti a 60 mesi, il vincolo più lungo, ogni 100 mila euro depositati; si può affidare fino a mezzo milione).
I Buoni dedicati ai minori riconoscono un rendimento lordo fino al 6% annuo garantito nel lungo termine. È il tipico regalo del nonno alla nascita del nipote, con capitale e rendimento che si riscatta alla maggior età. Conti alla mano, per un investimento di 100 mila euro si costruisce un gruzzolo da 259.840,3 euro (la tassazione agevolata è del 12,5%), riscattabile -ipotizzando un’operazione in questi giorni- nel dicembre 2041. Altri buoni a lungo respiro sono l’Ordinario e il 3x4, due strumenti che Poste utilizza per attrarre la liquidità di sottoscrittori che non vogliono correre rischi.
Sono entrambi a medio lungo termine (12 anni massimi per 3x4 e 20 per l’Ordinario) e consentono di allocare fino a un milione. Il tasso è fisso e crescente nel tempo, per un rendimento lordo a scadenza del 3,5% per l’Ordinario e del 3,25% per il 3x4, il che -ipotizzando l’arco temporale massimo previsto da ciascuno dei due- prevede un valore di rimborso netto di 186.546,5 e 140.936,6 euro a scadenza. Il 3x4 prevede interessi maturati al compimento di ciascun triennio in caso di richiesta di rimborso anticipato dopo tre, sei e nove anni, l’Ordinario è rimborsabile anche dopo il primo anno, con gli interessi maturati ogni bimestre.
Sono questi gli asset migliori su cui puntare in un contesto di inflazione tentennante. La frenata dei prezzi però potrebbe essere solo momentanea. È l’avvertimento della presidente della Bce, Christine Lagarde, che ha messo in guardia su una possibile futura risalita. Le previsioni lo confermano, che indicano un +3% a dicembre e un +2,8% a gennaio 2024 nell’Eurozona. «Negli stessi mesi del 2022 e del 2023 l’inflazione aveva dato segni di rallentamento, quindi la base di confronto sarà sfavorevole», spiega Cesarano. «Questa logica non vale però per l’Italia soprattutto a dicembre e, comunque, verso l’estate l’inflazione potrebbe aggirarsi intorno al 2% a meno di eventi straordinari».
Ecco perché i mercati hanno iniziato a scontare già quattro tagli dei tassi da 100 punti base in Europa e negli Usa. E un quinto taglio di eguale misura inizia a insinuarsi tra gli investitori. Dal 2025, però, gli inflation swap vedono l’inflazione al 2,5-3%. In tal caso il tasso di equilibrio, quello che garantisce la stabilità dei prezzi, potrebbe aggirarsi intorno al 3%. Sarebbe questa la nuova normalità dopo una stagione di tassi negativi e un’aggressiva stretta monetaria: l’inizio di un’era in cui l’inflazione resta più alta del solito. (riproduzione riservata)