La Bce non ha neppure iniziato a ridurre la stretta monetaria ma in Germania già si torna all’attacco sugli acquisti di titoli di Stato della banca centrale. Isabel Schnabel, membro tedesco del comitato esecutivo Bce, ieri a Tokyo ha sottolineato: «Gli acquisti di asset possono essere uno strumento efficace in caso di turbolenze di mercato. Al di fuori di questi periodi, tuttavia, le banche centrali devono valutare attentamente se i benefici degli acquisti superano i costi».
Berlino, sin dal Quantitative Easing (Qe) di Mario Draghi, teme soprattutto la condivisione dei rischi tra Paesi, in particolare di quelli italiani. Perciò da anni la Germania si oppone anche a una garanzia comune europea dei depositi e all’avanzamento dell’Unione bancaria.
In particolare Schnabel ha indicato «due lezioni» sui bond pubblici basate sull’esperienza di questi anni. Innanzitutto, la Bce dovrebbe avere in futuro «un approccio più paziente» sul ritorno dell’inflazione al 2% se tornerà a essere troppo bassa. In sostanza Schnabel propone un approccio asimmetrico: la banca centrale dovrebbe tornare al target in modo tempestivo quando il carovita è oltre il 2% (come negli ultimi anni), mentre dovrebbe essere «più paziente» quando è sotto il 2%. Così la Bce dovrebbe limitare il più possibile gli acquisti di bond rinviando nel tempo l’adempimento del mandato sull’inflazione (che è invece simmetrico, secondo quanto confermato nell’ultima revisione della strategia).
In secondo luogo, secondo Schnabel la Bce dovrebbe ridurre i costi degli acquisti di titoli attraverso operazioni «più mirate e limitate». Il membro del board preferisce l’uso dei rifinanziamenti alle banche, come Tltro e Ltro, che possono essere chiusi con minore impatto.
Il riferimento implicito è alle ingenti perdite delle banche centrali legate all’aumento dei tassi, in particolare quelle della Bundesbank (21,6 miliardi di euro nel 2023). Il rosso della Buba è stato tuttavia aggravato dai timori tedeschi per la condivisione dei rischi nel Qe: il risultato è peggiorato a causa del possesso di una grande quantità di titoli tedeschi a tasso zero (quelli italiani e spagnoli avrebbero reso di più).
Inoltre l’obiettivo Bce è la stabilità dei prezzi, non gli utili delle banche centrali nazionali che anzi dovrebbero decidere soltanto in base alla politica monetaria. Peraltro negli anni scorsi gli istituti nazionali hanno registrato profitti rilevanti. Secondo Schnabel le perdite possono pesare su «reputazione e credibilità» della Bce. Ma è piuttosto la lontananza dal 2% di inflazione e il rischio di deflazione che comprometterebbero la fiducia nella banca centrale.
Un altro punto sollevato da Schnabel riguarda la scarsità di titoli di Stato sicuri (come quelli tedeschi) nei periodi di Qe. Il problema in questo caso però è l’assenza di un safe asset europeo: senza Eurobond anche la politica monetaria diventa più difficile. Non ci sono così ragioni per mettere freni al Qe, uno strumento ormai utilizzato da tutte le banche centrali, a cominciare dalla Fed. La storia mostra in modo chiaro il successo del whatever it takes e del Qe di Draghi, del Pepp durante la pandemia e del più recente Tpi (Transmission Protection Instrument). Senza questi programmi l’Eurozona avrebbe potuto spaccarsi o finire in deflazione.
I rilievi di Schnabel sono legati anche alle discussioni sulla nuova revisione strategica e sul «portafoglio strutturale» che la Bce dovrà detenere nel framework operativo. I banchieri centrali tedeschi vogliono limitare al massimo gli acquisti di titoli necessari per garantire liquidità al sistema finanziario.
Ieri intanto la presidente della Vigilanza Bce, Claudia Buch, ha annunciato nuove procedure di supervisione per le banche europee. L’approccio sarà più focalizzato sulle priorità, con un maggior numero di sanzioni periodiche se gli istituti non si adegueranno alle indicazioni Bce. Le lettere Srep dal prossimo anno saranno più brevi e arriveranno prima (a settembre-ottobre, non più a novembre-dicembre). Per alcune banche le decisioni potrebbero essere aggiornate ogni due anni. Inoltre dal 2026 sarà applicata una nuova metodologia (ora in fase di discussione) per definire i requisiti di capitale. (riproduzione riservata)