Di solito gli investitori retail comprano sui massimi e vendono sui minimi, non a caso spesso nella narrazione finanziaria vengono cinicamente apostrofati con l’epiteto «dumb money»: letteralmente «denaro stupido». L’espressione si riferisce all’ingenuità e alla scarsa conoscenza dei piccoli investitori che – rispetto agli investitori istituzionali – hanno meno informazioni, competenza e tempo da dedicare agli investimenti.
Tuttavia, il rimbalzo a V dal minimo del 7 aprile dell’S&P500 è stato proprio guidato dai piccoli investitori che, almeno fino a prova contraria, hanno avuto ragione. È quanto riportato nel Global Fund Manager Survey di aprile 2025 di Bank of America, ripreso da Reuters. Lo studio ha rilevato che gli investitori istituzionali detenevano la posizione più bassa in azioni statunitensi degli ultimi due anni, con una posizione netta sottopesata di circa il -35%. Quest’ultimo concetto indica che la quota di gestori istituzionali con una posizione sottopesata sull’azionario Usa supera di 34 punti percentuali quella dei gestori sovrappesati. Non rappresenta l’esposizione assoluta al mercato, ma la differenza netta tra pessimisti e ottimisti rispetto a un benchmark di riferimento (solitamente attorno al 60% per l’azionario in un portafoglio bilanciato). Un valore così negativo segnala un forte disimpegno da parte degli investitori istituzionali rispetto alla media storica.
Ma se i gestori erano (e sono) così pessimisti, allora chi ha trainato il rimbalzo?
Come abbiamo già anticipato, sono stati gli investitori retail, che, fedeli alla filosofia del «buy the dip» (comprare ogni minimo) che ha dominato tra i partecipanti al mercato nel periodo di tendenza rialzista tra ottobre 2022 e gennaio 2025 e ha consolidato il ricorso all’investimento passivo tramite Etf, sono stati acquirenti netti di azioni per un valore di 2,8 miliardi di dollari solo nella giornata del 2 aprile, secondo quanto riportato da un articolo di Bloomberg del 3 aprile 2025.
Reuters riprende uno studio di JP Morgan che rileva che il 3 aprile gli investitori retail hanno acquistato 4,7 miliardi di $ in azioni in un solo giorno — il livello più alto in un decennio, trainando le azioni del comparto tecnologico e l’Etf sull’S&P dopo il sell-off collegato all’annuncio dei dazi. Inoltre, una ricerca di S&P Global Market Intelligence indica che tra la prima settimana di aprile e fine mese i retail hanno comprato 7,32 miliardi di dollari dopo una vendita iniziale di 7,48 miliardi.
MarketWatch in un articolo del 15 maggio cita un report di JP Morgan che attesta che durante il rally tra aprile e maggio i retail hanno iniettato quasi 50?miliardi di $ nel mercato, portando la loro quota sul rally al 36%.Complessivamente nel 2025, secondo il Financial Times, i piccoli investitori hanno versato circa 67?miliardi di dollari in azioni Usa, in un contesto di fuga degli istituzionali.
Gli istituzionali sono ancora fuori. O meglio, c’è una percentuale molto rilevante che è sottopesata sul mercato azionario Usa rispetto alla media storica. Il BofA Global Fund Manager Survey relativo alla settimana tra il 4 e il 10 aprile, i cui risultati sono stati riportati sia da Barron’s che da Reuters, rileva che gli istituzionali erano fortemente sottopesati sull’azionario Usa con una differenza differenza netta tra pessimisti e ottimisti rispetto al benchmark di 35% a vantaggio dei pessimisti.
Nei due mesi successivi la storia non cambia. A maggio i gestori avevano posizioni ‘net underweight’ del 36%. Nel BofA Survey della settimana tra il 6 e il 12 giugno gli istituzionali erano ancora sottopesati sull’azionario Usa con un differenziale tra pessimisti e ottimisti rispetto al benchmark di 35%.
Quando i gestori istituzionali rimangono fortemente underweight sull’azionario Usa, con un posizionamento netto negativo del -36%, non significa semplicemente che hanno meno azioni di quante ne vorrebbero: indica che un numero ben più elevato di loro è sottopesato rispetto a chi è sovrappesato, con uno scarto netto del 36%. Questo forte sottopeso rappresenta una discrepanza significativa rispetto ai benchmark di riferimento utilizzati dai gestori, spingendoli a un vero e proprio dilemma: se restano fermi durante un rally, rischiano di sottoperformare, pena vedere i rendimenti dei loro portafogli divorati da quelli del mercato.
In sostanza, quando l’indice sale – come è avvenuto dopo il 7 aprile – non basta restare in disparte: i gestori si trovano in una condizione di ritardo rispetto ai competitor e ai benchmark. Ecco perché, in presenza di un rally sostenuto, si generano delle pressioni forti affinché rientrino sul mercato, anche solo per evitare di accumulare un gap di performance. Questo fenomeno, definito anche come ‘chasing performance’, è ben documentato anche da Goldman Sachs e JP Morgan, che hanno identificato come il sotto-posizionamento istituzionale possa diventare una leva di mercato quando l’azionario accelera.
Se gli investitori istituzionali iniziano a ricostruire le loro posizioni sull’azionario, riversano nel mercato volumi di capitale significativi, che aumentano immediatamente la pressione sulla domanda. Questo flusso si sovrappone al rally già in corso e può spingere i prezzi ancora più in alto, accelerando la tendenza in atto.
In questo contesto si può attivare quella che JP Morgan definisce una dinamica di ‘upside squeeze’: quando più gestori tornano sul mercato contemporaneamente, la loro corsa all’acquisto genera una compressione del rendimento atteso, che costringe anche altri operatori — magari più prudenti o posizionati short — a rientrare in fretta per non restare indietro. L’effetto di questo meccanismo è un’accelerazione del rialzo, spesso più violenta del previsto.
A quel punto, anche i piccoli investitori cominciano a rientrare sul mercato, travolti dal timore di restare esclusi dai guadagni (la cosiddetta Fomo, Fear of missing out). Così, il rientro degli istituzionali diventa anche un catalizzatore per un nuovo afflusso retail, creando una dinamica a valanga che può alimentare ulteriori estensioni del movimento rialzista.
Sarà quindi fondamentale nei prossimi giorni e nelle prossime settimane monitorare il sentiment e il posizionamento degli investitori istituzionali e l’andamento delle Borse Usa, in quanto il fenomeno del chasing performance è strettamente collegato al confronto tra le prestazioni dei gestori e l’andamento di benchmark di riferimento come l’indice S&P500. (riprodzione riservata)