Nel 2023 la performance dei mercati ha sorpreso positivamente nonostante i tassi di interesse più elevati e gli investitori hanno macinato guadagni interessanti anche attraverso soluzione rischiose. Intanto, continua a scendere l’inflazione, anche se le Banche centrali non hanno ancora utilizzato tutta la potenza di fuoco a loro disposizione per domarla. «Le istituzioni centrali hanno raggiunto un punto di svolta per quanto riguarda i rialzi nei tassi, il che rappresenta una buona notizia per i mercati obbligazionari, creando un contesto favorevole per le obbligazioni a lunga scadenza», fa sapere Bastian Gries, direttore globale Investment Grade & Asset Allocation presso Oddo BHF Asset Management.
Gli esperti fanno notare che la discrepanza tra le curve dei rendimenti tra le diverse regioni economiche sono dovute a svariati fattori. In primis il downgrade del rating del credito Usa. Poi anche il cambio di rotta nella strategia di controllo della curva dei rendimenti da parte del governo giapponese e infine l’emissione a sorpresa di nuovi titoli di stato statunitensi.
A livello macroeconomico, emergono un miglioramento degli indicatori negli Stati Uniti e un indebolimento degli indicatori nell’Eurozona, mentre domina l’incertezza sulla performance del dragone. «Ci troviamo in un contesto poco chiaro, piuttosto insolito per una fine di un ciclo, che però non esclude una tendenza generale verso la stabilizzazione, né tanto meno cali futuri nei tassi d’interesse», spiega Gries, aggiungendo che «con un’inflazione in rallentamento, le authority centrali dovrebbero allentare la stretta delle politiche monetarie per evitare di diventare involontariamente troppo aggressive».
In tale scenario, una frenata dell’economia darebbe una spinta alle obbligazioni, tenuto conto del significativo aggiustamento nei premi di rischio e nelle tendenze dei tassi d’interesse negli ultimi due anni. «Con una crescita economica attualmente più debole nella zona euro rispetto agli Usa, le obbligazioni corporate denominate in euro sono più allettanti rispetto a quelle denominate in dollari, grazie ai premi di rischio più interessanti», precisa l’esperto.
Per gli operatori del mercato relativamente avversi al rischio, le obbligazioni investment grade a breve scadenza (due o tre anni) presentano rendimenti comparabili a quelli del mercato con una sensibilità più contenuta alla volatilità dei tassi d’interesse. Per quelli più coraggiosi che invece vogliono assumersi un maggiore rischio di credito, l’alternativa è un’esposizione alle obbligazioni high yield, che regalano rendimenti di oltre il 6%.
«Con un rischio di recessione più concreto, un allentamento dell’inflazione e una pausa dei rialzi da parte delle Banche centrali, ora più che mai conviene aumentare gradualmente le duration del portafoglio per poter sfruttare, nel medio termine, rendimenti decisamente interessanti oggi», fa sapere Gries.
A livello settoriale, le banche consegnano rendimenti di circa il 4,5% e premi di rischio ancora elevati rispetto alle obbligazioni corporate non finanziarie, e presentano una minore sensibilità ai tassi d’interesse. Idem per le obbligazioni AT1 subordinate, su cui il gestore consiglia di investire tramite fondi comuni. (riproduzione riservata)