La convergenza dei rating tra Italia e Francia continuerà, secondo Fabio Balboni, economista senior per l’Eurozona di Hsbc. Parigi ha perso il vantaggio sulla spesa per interessi, mentre Roma porterà il deficit sotto il 3% quest’anno. Secondo Balboni, tuttavia, restano per l'Italia nodi strutturali che potrebbero emergere soprattutto quando saranno esauriti i fondi del Pnnr. Nel breve i rischi arrivano in particolare dai dazi.
Domanda. Quali sono le vostre attese sulla crescita dell'Eurozona?
R. Prevediamo un’accelerazione trimestrale della crescita che si attesterà all’1% l’anno prossimo. Questa progressione è legata soprattutto alla politica fiscale espansiva, in particolare in Germania. Il piano del governo dovrebbe portare la crescita del pil tedesco da valori molto vicini a zero quest’anno all’1% il prossimo anno. Lo stimolo fiscale per l'intera Eurozona sarà di circa lo 0,5% di pil. Inoltre, ci aspettiamo un’accelerazione della spesa legata al Pnrr in Italia e Spagna, poiché si entrerà nell'ultimo anno del programma. Un ulteriore fattore positivo per la crescita riguarda la spesa militare, anch’essa concentrata in Germania.
D. La Francia sembra essere il nuovo malato dell'Eurozona.
R. La Francia ha una situazione fiscale molto difficile, con un punto di partenza complicato a causa di un deficit superiore al 5% del pil. Un elemento cruciale è che il vantaggio che la Francia deteneva in passato sulla spesa per interessi è svanito: solo dieci anni fa spendeva meno della metà dell'Italia per interessi sul debito pubblico, mentre oggi paga quasi il 3% del pil. Serve ora uno sforzo fiscale che non è stato fatto in passato, con riforme sul sistema pensionistico e sociale. La Francia non ha un surplus primario dal 1974. In un contesto di crescita debole e scarsa propensione agli investimenti, il consolidamento fiscale è difficile. Ci aspettiamo che la convergenza del rating della Francia rispetto a Italia e Spagna continuerà. Lo scenario più probabile è che il governo riesca a far passare una finanziaria meno ambiziosa sui tagli, ma ciò richiederà nuove sfide per il deficit anche nel 2027.
D. L’annullamento dello spread Italia-Francia è giustificato?
R. Sì, per i fondamentali economici e fiscali. In Europa il motore della crescita si è spostato più a Sud. L’Italia del resto beneficia di quasi 200 miliardi di euro del Pnrr, così come la Spagna e altri Paesi periferici. Tuttavia nel breve termine, in caso di ok alla finanziaria del nuovo governo, i tassi francesi potrebbero tornare a essere inferiori rispetto a quelli italiani, anche perché c’è una base di investitori asiatici che sostiene Parigi ma non può comprare bond italiani a causa del rating. Inoltre lo spread rispetto al Bund potrebbe ridursi per la maggior spesa del governo tedesco e perché Berlino sta emettendo molto debito sulla parte lunga della curva.
D. L’Italia raggiungerà l'obiettivo di scendere sotto il 3% di deficit?
R. Stimiamo il deficit al 2,9% quest’anno. È un risultato molto importante. Il surplus primario è attorno all’1% del pil. Un elemento fondamentale è la dinamicità degli introiti fiscali, ottenuti a dispetto di una crescita relativamente bassa. Il governo ha lavorato bene sulla riduzione delle tax expenditures e dell'evasione senza ricorrere a misure draconiane di aumento delle tasse. Inoltre, si è rivelata meno negativa del previsto la coda del Superbonus. L’investimento residenziale è tornato dinamico, anche grazie alla ripresa dei mutui. La Germania potrebbe avere l’anno prossimo un deficit più alto di quello italiano: non accade dal 2004.
D. Quali sono i principali pericoli?
R. L'Italia dovrà affrontare rischi significativi legati al commercio estero. L'impatto dei dazi statunitensi del 15% potrebbe pesare sulla crescita italiana per circa lo 0,5% del pil cumulato, con impatto soprattutto nel prossimo anno. Restano incertezze sul comparto farmaceutico. Anche la relazione con la Cina sta cambiando, con un aumento del surplus commerciale cinese nei nostri confronti (importiamo di più ed esportiamo di meno), un fattore che pesa sul comparto manifatturiero. Per l'anno prossimo, le nostre stime di crescita per l'Italia sono dello 0,8%.
D. Quali sono invece i fattori da considerare nel medio termine?
R. Non si è fatto abbastanza a livello strutturale per migliorare la competitività oltre l'ombrello del Pnrr, ad esempio sul fronte delle risorse rinnovabili o sulla riduzione dei costi energetici per le imprese. Le nostre stime sulla crescita potenziale rimangono vicine allo 0,5%. Di conseguenza, una volta che i fondi del Pnrr si esauriranno sarà molto più difficile continuare a generare dinamiche virtuose di crescita accompagnate da una riduzione del deficit. È in quel momento che i nodi strutturali potrebbero ripresentarsi.
D. L’euro si è apprezzato sul dollaro e potrebbe rafforzarsi ancora a causa dei tagli Fed. È un rischio che la Bce dovrebbe mitigare tagliando ulteriormente i tassi, come richiesto da alcuni ministri italiani?
R. Noi prevediamo l'euro-dollaro a 1,20 a fine anno, un livello che peserebbe ulteriormente sulle esportazioni. Di solito un apprezzamento dell'1% del cambio riduce le esportazioni di circa mezzo punto percentuale. Tuttavia il ciclo di crescita europeo è ora guidato da investimenti e domanda domestica, e non più solo dalle esportazioni come in passato. Perciò, l'impatto sulla crescita potrebbe essere meno negativo. Così la Bce non ha l'urgenza di intervenire con riduzioni di tassi per limitare l'apprezzamento dell'euro. Inoltre, la soglia del consiglio direttivo per un ulteriore taglio dei tassi è molto alta: richiederebbe un deterioramento marcato dell'economia e un’inflazione molto sotto il 2%, vicino all'1%. Uno scenario che si potrebbe realizzare con l’euro-dollaro tra 1,25 e 1,30.
D. Il prezzo dell’euro forte rischia di essere pagato dalle imprese?
R. Sì, perciò ci aspettiamo che i governi, compreso quello italiano, adottino misure di supporto fiscale, come crediti d'imposta o prestiti garantiti. Sarà cruciale anche cercare di ridurre i costi energetici per aumentare la competitività. (riproduzione riservata)