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Golden power: i casi Unicredit, Mps e Fibercop cosa insegnano

di Sergio Rizzo
12 settembre 2025, 22:10 Ultimo aggiornamento: 23:16

Il governo Meloni usa poco il «golden power»: fondi esteri come Blackrock, KKR, Blackstone e McQuaire acquisiscono quote strategiche in banche, reti e autostrade, puntando solo ai profitti. Mentre il rischio e il peso politico-finanziario per l’Italia aumentano

Si dirà che quando un governo utilizza quello che si chiama in gergo «golden power» compie sempre un atto politico. Verissimo, ma il modo con cui il governo di Giorgia Meloni l’ha utilizzato, o meglio, non l’ha utilizzato, fa sorgere qualche legittima perplessità. A cominciare dalla vicenda della possibile scalata a Bpm di Unicredit. Un istituto che, secondo una scuola di pensiero affermatasi negli ambienti di governo, sarebbe una banca straniera (Matteo Salvini dixit). Questa affermazione è appesa al fatto che gli azionisti di Unicredit sono in maggioranza non italiani. I primi due azionisti sono infatti americani: si tratta di Capital Research and Management company e Blackrock, rispettivamente titolari del 5,163 e del 5,12%. Ma è di tutta evidenza che a dispetto di ciò Unicredit era ed è una banca italiana.

Il paradosso del golden power

Ora sembra piuttosto curioso che i governi di turno (compreso l’ultimo, ovvio) prima di aver sventolato il golden power in faccia a Unicredit colpevole di voler acquisire Bpm, non abbiano alzato un dito mentre i potentissimi fondi americani diventavano i principali azionisti della più grande banca nostrana (secondo la classifica della capitalizzazione di Piazza Affari di Milano Finanza).

Una storia cominciata, per inciso, quando la maggioranza di governo era identica a quella attuale, sia pure con proporzioni diverse fra le varie forze politiche. Che però è andata avanti senza soluzione di continuità, attraversando tutte le successive fasi politiche. Soprattutto, nella più completa indifferenza della medesima politica per l’enorme potere di condizionamento che veniva consegnato nelle mani di soggetti capaci con le proprie decisioni di mandare in crisi l’economia di interi stati nazionali. Il fondo Blackrock gestisce un patrimonio valutato in 11.500 miliardi di dollari, cifra superiore alla somma del prodotto interno lordo (pil) di Germania, Francia e Italia.

Blackrock sale al 5% di Monte dei Paschi di Siena

E adesso, dopo essere diventato azionista rilevante di Unicredit e di Intesa San Paolo (è il terzo, dietro a Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo), Blackrock sale al 5% nel Monte dei paschi di Siena che ha appena fatto un boccone di Mediobanca e di conseguenza Generali.

Certo, il colossale fondo americano non è padrone assoluto delle due maggiori banche italiane, e neppure del Monte. Ma il peso specifico è enorme e cresce sempre di più, in virtù del fatto che la sua presenza condizionante si estende a macchia d’olio. Tanto più in un settore sensibile come quello bancario.

Fibercop, gioiello strategico ceduto ai fondi esteri

Ci sono però esempi ancora più evidenti di come la politica non abbia saputo né voluto (per errori di valutazione, superficialità, inspienza o semplicemente perché ai soldi non si guarda in faccia, vai a sapere…) impedire certe presenze ingombranti.

Uno dei più clamorosi è quello della ex rete Tim. Nella graduatoria dei beni strategici per un Paese la rete di comunicazioni è certamente ai primi posti. Ebbene, noi abbiamo venduto anche quella agli stranieri. Americani, in primo luogo. Il 37,8% di Fibercop, la società proprietaria della rete, è stato ceduto al fondo statunitense Kohlberg Kravis Roberts, meglio noto come Kkr.

Ma non basta. Perché un altro 17,5% è nelle mani del fondo sovrano di Abu Dhabi, e una quota identica (17,5%) ce l’ha il fondo pensioni canadese Ccp Investments. Il ministero dell’Economia conserva il 16%, mentre il rimanente 11,2 appartiene al fondo F2i. Abbastanza per evitare brutti scherzi? Intanto i sindacati sono già sul piede di guerra e la commissione europea ha avviato un’indagine per verificare la correttezza delle informazioni fornite all’antitrust europeo per avere il via libera all’operazione.

Blackstone e Mcquarie, i nuovi padroni delle infrastrutture italiane

Ma al netto di tutto ciò, e dando per buono che il controllo estero non rappresenti un problema, è stata comunque una scelta politica assai discutibile. Accettare che fondi speculativi interessati solo ai profitti per i loro soci e investitori, abbiano in mano una società così bisognosa di risorse per stare al passo con la tecnologia, è quantomeno una seria imprudenza.

La stessa imprudenza che durante il precedente governo di Mario Draghi ha consentito ai fondi americano Blackstone e australiano Mcquaire di rilevare il 49% della holding che controlla Autostrade per l’Italia. Blackstone è un nano, al confronto di Blackrock. Gestisce un patrimonio di appena 1.000 e rotti miliardi di dollari, neppure un decimo del fratello maggiore, ma non è meno aggressivo.

Una decina d’anni fa se ne parlò per l’acquisto della sede del Corriere della sera in via Solferino, a Milano. Affare all’epoca criticatissimo, e solo al termine di una lunga battaglia la Rcs di Urbano Cairo ha potuto ricomprarne la parte storica. Il gruppo Mcquaire è invece la più grande banca d’investimento australiana, ma anche in questo caso nulla di paragonabile a Blackrock.

Autostrade: profitti per i fondi, pedaggi per gli utenti

La filosofia però è la stessa: interessano soltanto profitti e dividendi, com’è logico per i fondi speculativi. E se Blackstone e Mcquaire hanno comprato rispettivamente il 24,5% di Holding reti autostradali (che controlla Autostrade con l’88,6%, e il 51 è della Cassa depositi e prestiti) è per i meravigliosi profitti che Aspi ha sempre garantito.

Infatti nei primi tre anni la concessionaria che fu dei Benetton ha versato ai suoi azionisti dividendi per ben oltre 3 miliardi di euro. I fondi si leccano i baffi, gli utenti un po’ meno, visto che quei soldi potevano essere usati per le manutenzioni: e invece con ogni probabilità quelle le dovremo pagare noi con l’aumento dei pedaggi.

Infine, per non farci mancare proprio nulla, va detto che fra gli azionisti di Aspi, con il 5%, c’è anche Silk Road fund, il fondo della Via della Seta del governo cinese. (riproduzione riservata)



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