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Prevenzione cybercrime tra passi avanti e nodi irrisolti. Ecco cosa è cambiato e cosa può cambiare ancora
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Prevenzione cybercrime tra passi avanti e nodi irrisolti. Ecco cosa è cambiato e cosa può cambiare ancora

di Armando Simbari (Simbari avvocati penalisti)
11 giugno 2025, 18:00 Ultimo aggiornamento: 18:15

Il Rapporto Clusit 2024 segnala un’escalation globale degli attacchi informatici, con l’Italia tra i Paesi più colpiti. La legge 90/2024 inasprisce pene e introduce nuove aggravanti, ma permangono le critiche sulla carenza di strumenti investigativi efficaci

È sufficiente leggere il Rapporto Clusit 2024 sulla sicurezza Ict in Italia o la Relazione annuale al parlamento del 2023 redatta dall’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale (Acn) per rendersi conto di come il numero degli attacchi informatici attraverso la rete (i cosiddetti «cybercrime») sia aumentato esponenzialmente, seguendo la crescente digitalizzazione delle attività umane.

Il Rapporto evidenzia infatti che la media mensile di incidenti classificabili come «gravi» è passata, a livello globale, dai 139 del 2019 ai 232 del 2023, fino ai 273 del primo semestre 2024: in pratica, in 5 anni a livello globale siamo passati dal rilevare 4,5 eventi al giorno a classificarne mediamente 9. Nel 2023 gli incidenti sono aumentati dell’11% rispetto al 2022 e quelli verso l’Italia sono aumentati addirittura del 65%.

La tendenza del primo semestre 2024 mostra una ulteriore crescita, molto significativa, pari al 23% rispetto al semestre precedente. Di fronte ai sempre più penetranti attacchi informatici tramite la rete, il legislatore qualcosa ha fatto: l’approvazione definitiva in senato del ddl Cybersicurezza rappresenta un segnale di svolta verso il rafforzamento della lotta al cybercrime e nella protezione della sicurezza nazionale.

L’inasprimento delle sanzioni penali

In questo contesto, sul piano penale spiccano modifiche di grande rilievo, tra cui un importante inasprimento delle sanzioni sia detentive che pecuniarie. La nuova legge ha infatti raddoppiato le pene per il reato di accesso abusivo a sistema informatico o telematico (disciplinato dall’art. 615-ter del codice penale), passando «da uno a cinque anni» al più severo «da due a dieci anni».

Ancora, sono state introdotte nuove circostanze aggravanti per diversi reati che siano stati commessi tramite l’utilizzo di apparecchiature informatiche al fine di ottenere indebiti vantaggi con danno altrui o per accedere abusivamente a sistemi informatici e/o per intercettare o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche.

È stato altresì introdotto anche un terzo comma nell’art. 629 c.p. che intende sanzionare con pene molto pesanti (fino a 12 anni di reclusione, che arrivano fino a 22 anni nei casi aggravati) le condotte estorsive (id est, di costrizione a compiere od omettere qualcosa) perpetrate mediante reati informaci quali l’accesso abusivo a un sistema informatico ovvero le intercettazioni abusive o la diffusione di registrazioni captate con frode.

L’intervento normativo in questione intende evidentemente arginare il fenomeno delle richieste estorsive perpetrate da hacker informatici capaci di penetrare illegalmente un sistema protetto, acquisirne indebitamente dati o registrazioni e chiedere un riscatto ai titolari per la loro restituzione ovvero per evitarne la diffusione.

Vittime inconsapevoli

Insomma, non v’è dubbio che la legge 90/2024 in materia di cybersicurezza abbia rappresentato un passo importante per rafforzare la protezione digitale in Italia. Tuttavia, anche in questo caso, non sono mancate critiche e scetticismi, specie con riferimento alla carenza di strumenti investigativi reali che mettano gli uffici investigativi nelle condizioni di perseguire effettivamente i fenomeni criminosi.

Nella pratica penale d’impresa, troppe volte si riscontrare un senso di impotenza conclamato da parte di investigatori che, troppo spesso, ribaltano sulle stesse vittime dei reati le responsabilità dell’inadeguatezza della risposta a tali fenomeni. Al soggetto o all’azienda vittima di attacchi hacker o di frodi telematiche viene spesso additata una scarsa reattività nella denuncia degli illeciti subiti, in un contesto in cui la prontezza delle indagini e l’immediatezza delle iniziative (istruttorie e cautelari) risultano determinanti per intercettare il fenomeno criminoso.

È sicuramente vero che, specialmente nei casi di truffe online, l’immediata denuncia dell’accaduto può fare la differenza nel consentire agli organi inquirenti di captare i flussi informativi e le movimentazioni di denaro prima che, di esso, si disperdano le tracce. È anche vero, però, che l’in sé tipico delle truffe sta proprio nel fatto che la vittima, almeno nell’immediatezza, non è nelle condizioni di rendersi conto che un illecito ai suoi danni è stato perpetrato.

Necessario migliorare gli strumenti investigativi

Ci si aspetta dunque che gli organi inquirenti, anziché rincarare la dose sulla vittima, si attivi per migliorare il livello di performance degli strumenti captativi a propria disposizione. E chissà se l’avvento prepotente dell’intelligenza artificiale anche nei meccanismi della giustizia possa rappresentare l’inizio di una nuova era, per non leggere più dei troppi casi di illeciti che restano impuniti e di vittime costrette a patire le conseguenze dei comportamenti subìti. (riproduzione riservata)



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