
Per raffreddare i prezzi nell’Eurozona in un anno la Bce ha portato il tasso di riferimento al 4% con una serrata sequenza di rialzi che non ha precedenti nella storia dell’economia monetaria.
L’ultima decisione è stata annunciata a metà giugno e la rotta dovrebbe essere confermata a luglio e, con buone probabilità, a settembre. Le scelte della banca centrale però continuano ad alimentare polemiche nel mondo politico, soprattutto per il timore di effetti recessivi sull’economia. «La semplicistica ricetta dell’aumento dei tassi intrapresa dalla Bce non appare agli occhi di molti la strada più corretta. Non si può non considerare il rischio che l’aumento costante dei tassi sia una cura più dannosa della malattia», ha dichiarato la premier italiana Giorgia Meloni alla Camera.
Per Bce e Fed altre strette sui tassi in arrivo. Lagarde non vede la recessione
A certificare i primi, pericolosi effetti della stretta monetaria è la stessa Bce. Le statistiche di Francoforte relative all’Italia (rielaborate in un’analisi che Bain & Company ha fatto per MF-Milano Finanza) parlano non solo di un brusco aumento dei tassi per tutti i prodotti di credito, ma anche di una progressiva contrazione della domanda soprattutto in ambito aziendale.
Nel credito al consumo gli effetti maggiori si sono visti per i finanziamenti con scadenza inferiore a un anno. Qui il tasso medio è passato dal 4,16% del luglio 2022 al 6,46% dell’aprile scorso, con un incremento del 55% (230 punti base). Le cose vanno un po’ meglio per i finanziamenti da uno a cinque anni, dove i tassi sono saliti dal 6,52 all’8,08% (+24%), e per quelli oltre i cinque anni, passati dal 7,41 al 9,10% (+23%).ù
I prodotti di credito diventati più onerosi per le famiglie sono però i mutui ipotecari che hanno registrato incrementi degli interessi compresi fra il +55% delle operazioni ultradecennali (in cui i tassi medi sono saliti dal 2,61% del luglio 2022 al 4,05% dell’aprile scorso) al +169% dei finanziamenti con scadenza inferiore a un anno (passati da un tasso medio dell’1,61% al 4,33%). I rincari dei mutui sono particolarmente significativi anche alla luce del fatto che questi prodotti in Italia rappresentano oggi il 63% del totale crediti alle famiglie per uno stock di 426 miliardi.
Le ripercussioni della politica monetaria si sono viste anche nelle aperture di credito in conto corrente e revolving dove il tasso medio è salito dal 3,68 al 5,58%, con un balzo del 52%. Se nell’ultimo anno il canale bancario è diventato molto più caro per le famiglie, la domanda si è però mantenuta rigida rispetto alle variazioni di prezzo.
Basti pensare che, se tra luglio 2022 e aprile scorso i volumi aggregati del credito al consumo sono cresciuti del 2,7%, quelli dei mutui sono saliti dello 0,8%, mentre solo gli altri prestiti si sono contratti del 5,3% pur rappresentando appena il 20% dello stock. «A livello complessivo, l’ammontare di credito erogato alle famiglie è rimasto sostanzialmente stabile. Tuttavia, considerato il quasi raddoppio dei costi di finanziamento, è ragionevole attendersi un rallentamento delle erogazioni, in particolare sui mutui ipotecari, destinato a consolidarsi nei prossimi mesi», commentano Manfredi De’ Mozzi, senior partner e responsabile Emea per la capability sme & corporate banking, e Pietro Bagnoli, associate partner.
Le cose non sono andate meglio per le imprese che anzi hanno registrato aumenti degli interessi ancora maggiori. Lo shock più significativo ha riguardato i prestiti con scadenza inferiore a un anno che, per importi inferiori al milione di euro, hanno visto i tassi salire dall’1,88 al 4,8% (+155%) e, per importi superiori, hanno registrato un salto dallo 0,97 al 4,35% (+348%). In salita anche il costo dei finanziamenti a uno-cinque anni che hanno registrato rincari fino al +104% e di quelli oltre i cinque anni per cui il salto è stato in media fino al +118%. «I volumi di prestiti alle imprese sono scesi del 5%, principalmente per effetto del calo di quelli a breve termine (-8% circa): un segnale forte da parte delle aziende della volontà di ridurre il proprio indebitamento, facendo leva anche sulla liquidità a bassi costi che si sono procurate negli ultimi anni», spiegano De’ Mozzi e Bagnoli.
Il dibattito che attraversa il mondo politico non riguarda solo gli interessi sul credito. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti chiede che le banche adeguino i tassi attivi rimasti finora in larga parte immutati e che trasferiscano così parte dei rialzi Bce ai correntisti. «L’unico strumento che abbiamo per affrontare l’inflazione troppo alta sono i tassi di interesse. Ma se questi aumentano, i depositi e i risparmi dei cittadini dovrebbero essere remunerati di più», ha spiegato recentemente il ministro.
In effetti i dati Bce rielaborati da Bain & Co fotografano un costo della raccolta ancora al palo o quasi. Tra il luglio del 2022 e aprile i tassi sui depositi a vista (che rappresentano il 94% dei depositi totali per le banche italiane) sono saliti di appena 19 punti base dallo 0,03 al 0,22%. Incrementi maggiori si sono registrati per i depositi a scadenza, in cui gli interessi sono lievitati con salti percentuali medi compresi tra il 91 e il 371%.
Queste dinamiche spiegano anche l’andamento dei volumi nell’ultimo anno: «la componente a vista ha registrato una contrazione del 5% tra luglio 2022 e aprile 2023 (-44 miliardi), mentre la clientela ha spostato il denaro in parte sui depositi a scadenza, che beneficiano di tassi attivi più vantaggiosi (in crescita di 230-250 punti base), e in parte verso altre forme di investimento (ad esempio i titoli di stato) o a riduzione di eventuali finanziamenti in essere, diventati più onerosi», commentano De’ Mozzi e Bagnoli, che aggiungono «un trend analogo si registra anche sui depositi alle imprese: il 90% è a vista, ma lo stock si è contratto di 50 miliardi (-12% circa), di cui circa la metà (24 miliardi) è confluita verso i depositi vincolati con scadenza al di sotto dei 2 anni e la restante parte è probabilmente stata utilizzata per supportare la riduzione dei finanziamenti a breve termine contratti».
La diversa dinamica di tassi attivi e passivi emerge anche dai bilanci delle banche italiane. Nel periodo 2021-2022 il rapporto medio tra interessi attivi e crediti è salito dal 2,44 al 2,99% e quello tra interessi passivi e raccolta diretta è passato da 0,48 a 0,65%: la forbice si è pertanto allargata passando dall’1,96% di fine 2021 al 2,34% del dicembre scorso. Anche se il dato non tiene conto dei risultati del primo trimestre di quest’anno, appare evidente che le banche italiane hanno sinora trasferito sui depositi solo una piccola parte degli incrementi dei tassi. Una dinamica che spiega il boom dei ricavi di questo ultimo anno.
Se in Italia il dibattito sui tassi è particolarmente vivace, i fenomeni osservati nell’intera area euro non sono molto differenti: «forte crescita del costo dei finanziamenti a breve termine, sia per le famiglie che per le imprese, riduzione dei depositi a vista (-3,5% sulle famiglie e -11,5% sulle imprese), a fronte di una remunerazione degli stessi cresciuta in maniera marginale (17 punti base in più sui depositi a vista delle famiglie e 44 punti base in più su quelli delle imprese)», puntualizzano De’ Mozzi e Bagnoli. Non esiste insomma una peculiarità italiana, ma una generalizzata lentezza del sistema bancario a trasmettere ai depositanti gli effetti della politica monetaria. (riproduzione riservata)