Il consiglio direttivo Bce del 12 dicembre ha messo fine all’orientamento restrittivo della politica monetaria. L’obiettivo della banca centrale non è più quello di mantenere «tassi sufficientemente restrittivi finché necessario» ma di definire un approccio monetario «appropriato». Fuori dal gergo dei banchieri centrali, questo vuol dire che altri tagli dei tassi sono in arrivo. Le proiezioni Bce, corrette ancora una volta al ribasso, hanno mostrato che il target di inflazione è ormai a un passo e che sono in aumento i rischi sul pil. Di conseguenza non ci sono più ragioni per comprimere l’economia. Il comunicato della Bce non ha precisato che la riduzione della stretta proseguirà ma la presidente Bce Christine Lagarde ha sottolineato che «la direzione del viaggio è molto chiara», anche se il ritmo delle riduzioni dovrà essere definito in base ai dati economici. Francoforte ha così indicato la «direzione» della politica monetaria, come aveva suggerito il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta.
Il 13 dicembre, un giorno dopo il consiglio direttivo Bce, il governatore francese François Villeroy de Galhau ha sottolineato in modo esplicito che la banca centrale è «a proprio agio con le previsioni dei mercati», che indicano altre riduzioni dei tassi per 125 punti base nel 2025 (rispetto ai 75 della Fed), fino a scendere all’1,75% dall’attuale 3%. «L’anno prossimo ci saranno altri tagli, parola che va intesa al plurale», ha detto Villeroy.
Sulla stessa linea il governatore spagnolo Jose Luis Escriva ha aggiunto: «Se continuiamo a convergere verso l’obiettivo di inflazione di medio termine del 2%, è logico che nelle prossime riunioni abbasseremo ancora i tassi», dato che «l’economia europea non è molto dinamica». Persino il falco lettone Martins Kazaks ha detto che se l’economia dovesse indebolirsi ulteriormente ci potrebbero essere riduzioni dello 0,5% nei prossimi mesi.
L’opzione di un maxi-taglio di 50 punti base è stata già considerata nella riunione del 12 dicembre. Alcuni banchieri centrali hanno evidenziato i rischi per il pil dell’Eurozona, in un contesto nel quale invece l’inflazione è molto vicina al target. La previsione Bce sul carovita è stata abbassata dal 2,2 al 2,1% per il 2025, mentre nel 2026 l’inflazione è attesa all’1,9% (stesso valore anche per il dato core, quello al netto di energia e cibo).
Inoltre le proiezioni Bce hanno abbassato di nuovo le stime di crescita: da 0,8 a 0,7% per quest’anno e da 1,3 a 1,1% per il prossimo. Questi valori tuttavia non considerano l’impatto negativo dei dazi di Donald Trump. Per Francoforte i rischi sul pil sono «al ribasso», quindi in direzione di un ulteriore peggioramento. Lo hanno confermato anche i dati sulla produzione industriale dell’Eurozona che è rimasta ferma a ottobre (nonostante il +5,7% dell’Irlanda legato alle multinazionali Usa). Il quadro appare difficile soprattutto per la Germania che secondo la Bundesbank sarà ancora in stagnazione il prossimo anno, ma con il rischio di una contrazione dello 0,5% in caso di dazi Usa. In questo scenario l’intera Eurozona rischia la recessione.
Proprio i banchieri centrali tedeschi, tuttavia, contrastano una più convinta riduzione dei tassi Bce. Il membro del comitato esecutivo Isabel Schnabel e il presidente della Bundesbank Joachim Nagel continuano a focalizzarsi sui rischi al rialzo sull’inflazione, in particolare nei servizi, mentre non sono preoccupati per un undershooting sul carovita o per una contrazione del pil.
La maggioranza del consiglio, sulla spinta dei dati economici, potrebbe tuttavia allontanarsi dalla linea tedesca nel 2025, come hanno mostrato le prime dichiarazioni dei banchieri centrali dopo il consiglio del 12 dicembre. Nessuno sembra condividere la posizione di Schnabel sul tasso neutrale, quello che non comprime né stimola l’economia, che secondo il membro tedesco del board può arrivare fino al 3%. Di conseguenza, secondo Schnabel, il livello neutrale potrebbe già essere stato raggiunto. Ma tutti i banchieri centrali, anche il superfalco austriaco Robert Holzmann, hanno indicato l’attesa di ulteriori tagli.
Lagarde ha ricordato che secondo alcuni studi Bce il tasso neutrale dovrebbe essere compreso tra l’1,75 e il 2,5%. Quindi resta ancora molta strada da fare sui tassi. Inoltre la Bce potrebbe aver bisogno di finire sotto questi livelli se l’economia frenerà ancora, come hanno detto Panetta e Villeroy.
Gli economisti di mercato puntano in maggioranza su un tasso finale all’1,5-1,75%. Secondo Pimco «la crescita continuerà ad essere più debole di quanto previsto dalla Bce. Perciò i mercati potrebbero prezzare tassi terminali più bassi di quelli attuali». Anche per Fidelity il mercato «è un po’ più falco rispetto alle nostre aspettative» e ci sono «rischi che la Bce tagli di più se i rischi al ribasso si materializzeranno». Per Citi i tassi scenderanno «almeno» all’1,5%. BofA vede un tasso finale all’1,5% a settembre, ma con rischi «importanti» di livelli più bassi in caso di tensioni sui dazi.
Nel frattempo i mercati si aspettano un taglio della Fed dello 0,25% nella riunione del 18 dicembre. L’anno prossimo tuttavia si potrebbe creare un divario rispetto alla Bce. Secondo molti analisti la banca centrale Usa ridurrà le sforbiciate a causa delle politiche di Trump inflazionistiche per gli Stati Uniti, mentre la Bce potrebbe aumentare i tagli per sostenere l’economia. (riproduzione riservata)