Più oro, meno dollari. Il metallo giallo continua ad avanzare, segnando un record dopo l’altro, e a consolidare il suo ruolo di bene rifugio per eccellenza. Al contrario il biglietto verde, complici le turbolenze dell’era Trump, perde terreno. Questa dinamica emerge dall’andamento dei due asset sul mercato, ma anche dalle previsioni delle banche centrali: la maggior parte di queste ha in programma di aumentare le riserve in oro e diminuire quelle in dollari nei prossimi anni. È quanto emerge da un sondaggio del World Gold Council (Wgc), condotto tra il 25 febbraio e il 20 maggio 2025, a cui hanno risposto 73 banche centrali di tutto il mondo.
Dal 2022 le banche centrali hanno accumulato oltre 1.000 tonnellate di oro all’anno, correndo ad accaparrarsi il metallo più prezioso a un ritmo ben superiore alla media di 400-500 tonnellate dei 10 anni precedenti. L’accelerazione, sottolinea il rapporto del Wgc, è avvenuta in un contesto di crescente tensione geopolitica e incertezza economica.
Ma la corsa non è ancora finita. Secondo i dati, quasi tutte le banche centrali (il 95%, un record nelle rilevazioni del Wgc) prevedono un ulteriore aumento delle riserve auree nei prossimi 12 mesi. Al contrario, circa due su tre (il 73%) si aspettano una riduzione «moderata o significativa» delle riserve denominate in dollari entro il 2030.
«La performance dell’oro in tempi di crisi, la diversificazione del portafoglio e la copertura dall’inflazione sono alcuni dei temi chiave che spingono a pianificare un aumento delle riserve auree», spiega il Wgc. Per questi motivi gli esperti si aspettano che le quotazioni del metallo giallo possano salire ancora: secondo Goldman Sachs il prezzo può arrivare a 4.000 dollari l’oncia nel 2026, ma altri analisti – tra cui quelli di Bank of America –credono che questa soglia possa essere raggiunta anche prima. Al momento il massimo storico è rappresentato dai circa 3.450 dollari l’oncia del 13 giugno 2025 (nella mattina del 17 giugno le quotazioni oscillano intorno ai 3.400 dollari per i future in consegna ad agosto).
All’esplosione della domanda, e quindi del prezzo, contribuisce la forte richiesta sia degli investitori retail sia di soggetti istituzionali come le banche centrali. In più, l’oro ha un andamento inversamente correlato a quello del dollaro. Di conseguenza, quando la moneta statunitense si indebolisce, l’oro tende a salire perché diventa più attraente per i detentori di altre valute. (riproduzione riservata)