Oro, ecco perchè gli acquisti di banche centrali e retail possono alimentare il rialzo
Non è più soltanto il barometro della paura: l’oro si sta trasformando nel termometro delle fragilità strutturali dell’economia globale. Il metallo giallo ha segnato nuovi massimi storici, con il contratto spot a 3.722 dollari l’oncia e il future a 3.762, in un rally che riflette la ricerca di ancoraggio rispetto a un sistema finanziario che si allontana dall’economia reale.
«Il movimento rialzista è di natura strategica più che tattica» osserva Fabrizio Biondo, responsabile investimenti alternativi in Lemanik. «Le banche centrali sono tornate da più di un decennio a essere compratori netti d’oro. Dal 2011 gli acquisti non si sono più fermati e nel 2022 è stato toccato un picco di oltre mille tonnellate comprate, con un ruolo di primo piano delle banche asiatiche. Inoltre, il gap tra i dati ufficiali comunicati al Fondo Monetario Internazionale e la domanda reale di mercato suggerisce che ci siano acquisti non dichiarati, una sorta di flusso occulto che rafforza la pressione al rialzo».
Eppure il gestore ricorda che negli anni Ottanta l’oro rappresentava fino al 23% delle riserve strategiche delle banche centrali, mentre oggi è solo al 4%: «C’è un enorme spazio di crescita, soprattutto se si considerano i rischi inflazionistici e la crescente diffidenza verso gli asset americani.
L’oro sta tornando a essere un pilastro nei bilanci delle banche centrali». Sul fronte degli investitori privati, Biondo vede margini di ulteriore domanda: «Il retail ha finora partecipato poco al rally e potrebbe diventare la prossima gamba del rialzo. Per un portafoglio ben diversificato, avere una quota stabile in oro tra il 5 e il 10% è una scelta sensata. A questi livelli di rischio geopolitico e di sfiducia nelle valute cartacee, l’oro è uno strumento di protezione e potenzialmente di forte rivalutazione».(riproduzione riservata)