Nel suo recente intervento sul Financial Times, Larry Fink, presidente e ceo di BlackRock, offre una riflessione lucida e provocatoria sul futuro dell’economia globale. Secondo Fink, il mondo si trova oggi in una fase di transizione profonda, in cui «sappiamo più cose sui prossimi sette anni che sui prossimi sette giorni».
Il leader della società di investimento non ha dubbi: l’attuale incertezza geopolitica, in particolare legata ai dazi e alla frammentazione commerciale, è solo la superficie di un cambiamento ben più strutturale. «Le tariffe dell’amministrazione Trump», scrive Fink, «sono il sintomo di una reazione all’era di quella che si potrebbe definire globalizzazione senza guardrail».
Il modello economico dominante degli ultimi decenni ha prodotto una crescita globale senza precedenti dalla caduta del Muro di Berlino, ma i benefici «non sono stati distribuiti equamente».
Secondo Fink, il modello attuale di globalizzazione sta quindi «andando in frantumi», ma l’alternativa di un nazionalismo economico chiuso entro i confini «non è più convincente». Serve invece una terza via: «né globalismo né protezionismo, ma una combinazione: mercati aperti con in mente gli obiettivi nazionali e i lavoratori».
Al centro di questa nuova fase economica, spiega Fink, ci sono i mercati dei capitali. Questi, se ben indirizzati, possono «trasformare la crescita globale in ricchezza locale» e far sì che i risparmi dei cittadini tornino a beneficio dell’economia reale del proprio Paese. «La gente alimenterà la crescita economica del proprio Paese e ne possiederà una parte».
Uno dei pilastri di questa visione è l’allargamento della platea degli investitori. «I governi stanno ripensando a chi sono destinati i mercati finanziari. Per decenni, hanno servito principalmente i cittadini più ricchi e le istituzioni più grandi. Ora i Paesi stanno democratizzando i mercati, riconoscendo che anche l’operaio di fabbrica lasciato indietro dalla globalizzazione può diventare un investitore».
Un esempio concreto arriva dal Giappone, dove il programma Nisa, un sistema di incentivi fiscali per investimenti destinati alla pensione, ha superato i 25 milioni di iscritti. Negli Stati Uniti, intanto, si discute una proposta di «baby bond» sotto forma di un conto di investimento assegnato a ogni neonato americano.
Tuttavia, sottolinea Fink, «creare più investitori è solo metà della battaglia». L’altra metà è assicurare che il capitale venga effettivamente investito nei territori e nelle economie locali. Ed è qui che emergono i nodi strutturali, come nel caso dell’Europa, dove «il capitale non può alimentare la crescita se è intrappolato nella burocrazia». Con 27 sistemi legali differenti, e tempi fino a 13 anni per autorizzare una linea elettrica, l’Ue si trova oggi davanti a un bivio.
La soluzione? Secondo Fink serve «una vera unione del risparmio e degli investimenti», accompagnata da riforme per «un quadro normativo unico, permessi più veloci e meno burocrazia sull’AI». «Se fossi un politico dell’Ue», dichiara, «quell’unione sarebbe la mia massima priorità».
Fink riconosce anche i rischi di un’espansione incontrollata dei mercati: «Una finanziarizzazione senza freni può alimentare le disuguaglianze». Ma proprio per questo è necessario riscrivere il modello. «Quella che sta emergendo ora è la seconda bozza della globalizzazione: una ri-globalizzazione pensata non solo per generare prosperità, ma per indirizzarla verso le persone e i luoghi lasciati indietro la prima volta».
Con queste parole, Fink lancia un messaggio chiaro alla politica, agli investitori e ai cittadini: è il momento di rimettere al centro le persone. E i mercati, se ben orientati, possono essere uno strumento potente per farlo. (riproduzione riservata)