Gli ultimi giorni del negoziato tra Mediobanca e Delfin su una lista unitaria potrebbero esclusivamente prendere atto che ormai la trattativa, iniziata attorno a febbraio, è finita su un binario morto.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza da fonti a conoscenza del dossier, tra lunedì e martedì il comitato nomine di Piazzetta Cuccia sancirà che non si è raggiunto un accordo sulla lista condivisa con il socio Delfin, primo azionista dell’istituto con quasi il 20%, e con Francesco Gaetano Caltagirone, secondo socio appena sotto il 10%, e accoglierà le proposte del cacciatore di teste per una lista del cda uscente di candidati per l’assemblea del 28 ottobre senza l’apporto dei due soci maggiori. Mercoledì il board presieduto da Renato Pagliaro dovrebbe fare propria quella lista e approvarla.
A quel punto si andrà alla conta in assemblea: da una parta la lista del board uscente, che ricandida il ceo Alberto Nagel e lo stesso Pagliaro – sebbene non più in possesso dei requisiti di indipendenza per l’accumulo di mandati –, dall’altra la lista di Delfin. Che a sua volta potrebbe schierare personaggi pesanti, come per esempio l’attuale amministratore delegato di Acea, Fabrizio Palermo, o Luciano Cirinnà, già candidato nel 2022 da Caltagirone come ceo di Generali nella sfida con la lista del cda, vinta poi dal ceo uscente Philippe Donnet.
A meno di stravolgimenti dell’ultima ora – sempre possibili nelle vicende finanziarie – sette mesi di negoziati non sono riusciti a superare le diffidenze reciproche. Mediobanca aveva proposto di lasciare a Delfin e Caltagirone la designazione, nella lista del cda, dei quattro consiglieri non più ricandidabili per ragioni di età – tre per la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio guidata da Francesco Milleri, uno per l’ingegnere romano – e la sottoscrizione di un patto con l’azienda che prevedesse, fra le altre cose, un impegno all’appoggio della linea del management e un vincolo a non comprare azioni.
Una proposta, quest’ultima, respinta formalmente da Delfin, che a sua volta aveva chiesto un numero molto più alto di rinnovi nel board, l’eliminazione di alcune clausole che considerava irricevibili ma soprattutto la scelta condivisa del nome del presidente e la creazione di un comitato endoconsiliare sull’applicazione del piano industriale da parte del ceo.
Per Milleri, in Mediobanca servirebbe soprattutto un ricambio al vertice, per insediare alla presidenza un banchiere che sia di stimolo costruttivo e critico nei confronti dell’amministratore delegato, una figura quindi di esperienza bancaria di alto livello. Il candidato di bandiera è stato a lungo l’ex ministro dell’Economia e attuale presidente di Jp Morgan Europe Vittorio Grilli, respinto da Mediobanca perché advisor di Del Vecchio. Poi sono circolati i nomi di altri banker di peso come Lorenzo Bini Smaghi, Patrizia Grieco, Victor Massiah, Marco Mazzucchelli.
Mediobanca a sua volta avrebbe rilanciato sul nome di Vittorio Pignatti Morano, che però per Delfin sarebbe in continuazione dato che è già membro del board. Esclusa poi da Milleri la figura di un presidente accademico come c’è invece in Generali.
Le rigidità sul punto più delicato hanno portato la trattativa al punto di rottura. Nagel e il comitato nomine di Mediobanca considererebbero irricevibile l’intera proposta di riservare a un singolo azionista il potere di scegliere il presidente, che è invece un ruolo che spetta al board individuare.
Per Mediobanca l’impianto proposto da Delfin non sarebbe in sostanza adatto alla governance di una banca sistemica. Meglio a questo punto andare ognuno per la propria strada: due liste, una del cda con Pagliaro ricandidato, e uno del socio di maggioranza relativa.
Se sarà questo lo scenario che sembra cristallizzarsi ormai a pochi giorni dalla riunione del board di Mediobanca sulla lista, bisognerà capire come reagirà Delfin all’ufficializzazione della rottura. Le scelte sono tra la presentazione di una lista lunga, fino a sette candidati, oppure corta, per assicurarsi i due posti su tre che spettano da statuto alle minoranze. La decisione – spiegano fonti vicine al dossier – verrà presa nei giorni successivi alla presentazione della lista del cda.
Sulla carta, Delfin potrebbe anche vincere in assemblea, partendo già da un 30%, considerata l’affluenza media del 65% e che la lista di Assogestioni potrebbe coagulare attorno a sé circa il 4% del capitale. Il terzo posto nel board è riservato appunto alla lista dei fondi presentata da Assogestioni; se questa lista arrivasse – e secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza c’è l’intenzione di presentarla – Caltagirone si vedrebbe sfilato l’ingresso diretto nel board con una propria lista, anche se prendesse più voti. Per questo motivo l’ingegnere romano potrebbe preferire dirottare i propri voti sulla lista di Delfin.
In ogni caso, lo scontro non terminerebbe dopo il 28 ottobre. Fra un anno e mezzo c’è da rinnovare il board di Generali, e già Caltagirone medita la rivincita su Donnet. E soprattutto sarà stato approvato il Ddl Capitali che dovrebbe prevedere – gli emendamenti sono in corso di definizione – anche una norma sulle liste del cda e sugli spazi nei board alle liste dei soci. Norme che cambierebbero gli scenari. (riproduzione riservata)