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Manovra, l’Italia verso l’uscita dalla procedura di infrazione: Meloni punta al deficit sotto il 3% del pil
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Manovra, l’Italia verso l’uscita dalla procedura di infrazione: Meloni punta al deficit sotto il 3% del pil

30 settembre 2025, 13:01

La manovra da 25 miliardi approderà giovedì 2 ottobre in Consiglio dei ministri: il governo punta a uscire dalla procedura Ue già nel 2025, con tagli fiscali al ceto medio e possibili nuove tasse alle banche. Fitch promuove l’Italia, spread ai minimi, ma la crescita rallenta e il debito resta oltre il 130% del pil

La legge di Bilancio che il governo Meloni presenterà questa settimana indicherà con chiarezza se e quando l’Italia riuscirà a uscire dalla procedura di infrazione, riportando il deficit sotto la soglia del 3% del pil. Un risultato che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha definito «possibile» già quest’anno o, al più tardi, nel 2026. Secondo quanto riportato da Bloomberg, fonti di governo parlano di una partita «sul filo del rasoio» che sta ancora impegnando i tecnici al lavoro sulla manovra. 

La manovra in Cdm giovedì 2 ottobre

Il percorso del deficit sarà il cuore del Documento Programmatico di Finanza Pubblica che, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, è atteso in Consiglio dei ministri giovedì 2 ottobre per l’approvazione e il successivo passaggio in Parlamento. La manovra complessiva dovrebbe attestarsi intorno ai 25 miliardi di euro ma restano ancora sono due aspetti da chiarire: da un lato il peso delle spese della difesa, dall’altro il ruolo delle banche

Nel pacchetto figura anche un intervento fiscale mirato al ceto medio, con la riduzione delle aliquote sui redditi compresi tra 28 e 60 mila euro annui, per correggere l’effetto del cosiddetto fiscal drag. Tra le altre misure fiscali, atteso il taglio dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% fino a 50 mila euro e una possibile rimodulazione al ribasso delle detrazioni per i redditi più elevati, oltre 80-100 mila euro.

L’Italia alla volta della Francia

L’Italia è in procedura di infrazione dal 2019, dalla pandemia dunque il deficit non è mai sceso solo il 3% del pil. Tornarci già nel 2025 significherebbe anticipare di almeno un anno le previsioni ufficiali, in netta controtendenza rispetto alla Francia, destinata a una manovra correttiva ancora per diversi anni a causa delle tensioni politiche interne.

Secondo Bloomberg Economics, il miglioramento dei conti italiani è legato soprattutto al maggiore carico fiscale sui lavoratori: tuttavia il nodo è capire se l’attuale livello di entrate potrà reggere nel tempo. La priorità dovrebbe essere rafforzare la compliance e l’efficienza della spesa pubblica, affrontando al contempo debolezze strutturali come l’eccessiva frammentazione del sistema di detrazioni fiscali.

Il miglioramento del quadro fiscale è stato già premiato dalle agenzie di rating. Fitch, a settembre, ha alzato il giudizio sul debito italiano per la prima volta dal 2021, appena una settimana dopo aver invece declassato la Francia. Altre agenzie, da S&P a Moody’s, potrebbero seguirne l’esempio.

Quadro finanziario favorevole ma debito resta sopra il 130% del pil

Rispettare gli standard europei gioverebbe all’Italia anche per un altro motivo: uscire dalla procedura per deficit eccessivo libererebbe risorse per incrementare la spesa per la difesa. Un aspetto cruciale, visto che Roma – insieme agli altri alleati Nato – si è impegnata a portare gli investimenti militari fino al 5% del pil, come richiesto dal presidente statunitense Donald Trump.

Ma il «miracolo italiano» dell’esecutivo Meloni poggia anche su condizioni finanziarie favorevoli. Gli investitori hanno premiato la stabilità politica e il risanamento dei conti, spingendo lo spread Btp-Bund decennale intorno a quota 80 punti base, meno di un terzo rispetto ai livelli registrati all’arrivo della premier a Palazzo Chigi nel 2022. Secondo le stime dei tecnici, il Tesoro risparmierà circa 5 miliardi quest’anno sul servizio del debito e fino a 8 miliardi il prossimo, se i tassi resteranno stabili.

Anche il rallentamento dell’inflazione ha contribuito a migliorare il quadro. Dopo il picco oltre il 12% toccato nel 2022, a settembre i prezzi al consumo sono cresciuti dell’1,8%, quinto mese consecutivo sotto il target Bce del 2%. Resta invece il tallone d’Achille della crescita: il pil, aumentato dello 0,7% lo scorso anno, è atteso in frenata allo 0,6% nel 2025, con prospettive altrettanto modeste per il 2026. Il debito pubblico, nel frattempo, resta stabilmente oltre il 130% del pil.

Tra pressioni esterne e nodi interni

Sul quadro economico pesano i dazi statunitensi e soprattutto la debolezza della Germania, primo partner commerciale dell’Italia, che rischia di trascinare al ribasso le esportazioni. Le stime di crescita per il 2025 sono già state tagliate dall’1,2% inizialmente previsto a poco più della metà.

Questi limiti potrebbero ridimensionare altre ambizioni del governo: dai tagli fiscali più incisivi alla riforma degli scaglioni Irpef, fino agli incentivi per le imprese e alle misure per sostenere l’acquisto della casa da parte delle giovani coppie. Anche per questo, come rivelato da MF-Milano Finanza, per il Piano Casa l’esecutivo sta cercando di coinvolgere i privati, istituendo un nuovo Fondo dei fondi.

La legge di bilancio chiarirà anche se la maggioranza intende reperire ulteriori entrate dagli istituti finanziari, l’ipotesi più accreditata è che l’esecutivo sospenda le imposte differite (Dta) sui crediti fiscali bancari per il 2026-27, per raccogliere fino a 3 miliardi aggiuntivi. (riproduzione riservata) 



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