Piazza Affari sopra i 40 mila punti e spread stabile intorno ai 100 punti base. Bastano due numeri per riassumere il momento d’oro dell’Italia sui mercati finanziari. Il Ftse Mib è ai massimi dal 2007 ma la sua performance, se calcolata con lo stesso schema del Dax 40 tedesco, sarebbe oltre i 100 mila punti: record di sempre.
Il dato dello spread fa ancora più impressione perché l’Italia si porta sulle spalle un debito pubblico di oltre 3 mila miliardi. In questo caso l’orologio è tornato indietro di quattro anni, ai minimi dal settembre 2021. La mattina di mercoledì 14 maggio il differenziale tra Btp e Bund decennali è sceso addirittura sotto la soglia psicologica dei 100 punti.
Momento storico perché negli ultimi 15 anni lo spread era tornato a due cifre solo quattro volte: nel 2010, nel 2015, nel 2016 e l’ultima volta appunto nel 2021.
Allora al governo c’era Mario Draghi, mentre ora a Palazzo Chigi siede Giorgia Meloni. La premier ha esagerato quando a Montecitorio ha detto che «con lo spread sotto 100 punti base, i titoli di Stato italiani sono più sicuri dei tedeschi». Parole che hanno spinto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a scuotere la testa in segno di dissenso perché il rendimento dei titoli italiani è comunque più elevato di quelli tedeschi.
Ma la presidente del Consiglio aveva ragione quando ha aggiunto che «la credibilità e la stabilità sono la prima riforma economica di cui necessita l’Italia». Il governo Meloni è uno dei più longevi della storia del Paese, un fattore molto apprezzato dai mercati che hanno premiato anche il lavoro del titolare del Mef.
Giorgetti ha rimesso i conti pubblici su un binario sostenibile. Il debito oggi è al 135,3% del pil, ben lontano dal 157,7% del primo trimestre del 2021. Il percorso italiano è più virtuoso di quello francese e viene tracciato mentre la Germania si prepara ad aumentare l’indebitamento per rafforzare la difesa e uscire da una recessione lunga due anni.
Da dopo la pandemia, invece, l’Italia ha fatto meglio delle due principali economie europee anche sul lato del pil, che ora però è tornato a salire dello zero virgola (+0,7% nel 2024).
«La crescita italiana negli ultimi anni ha superato la media Ue e questo ha permesso una stabilizzazione del rapporto debito/pil anche grazie a una politica di bilancio che ha tenuto sotto controllo la spesa pubblica», spiega Mauro Valle, head of fixed income di Generali Asset Management. «Il deficit italiano nel 2024 è stato migliore delle attese, attestandosi al 3,4%, e per il 2025 ci si aspetta un’ulteriore lieve diminuzione».
Anche la premier ha sottolineato in parlamento i meriti dell’Italia: «I dati economici positivi conseguiti negli ultimi anni, per giunta in una situazione molto complessa a livello internazionale, raccontano un Paese che va meglio di quanto andasse in precedenza». In realtà la riduzione dello spread è legata più ai rialzi del Bund che al calo del Btp.
Giovedì 15 maggio i rendimenti sono tornati a scendere in tutta Europa, ma il giorno prima il decennale tedesco era al 2,7%, soglia che non vedeva da ottobre 2023. Il Bund paga da tempo i maxi-piani d’investimento della Germania, che ha allentato il freno del debito sulla difesa per portare la spesa militare al 5%, in linea con i nuovi obiettivi della Nato. Con un fondo da 500 miliardi per infrastrutture e clima, inoltre, Berlino punta a rilanciare la crescita.
Oltre al Bund, anche gli altri titoli di Stato europei vengono da un periodo di vendite e quindi di rendimenti in rialzo, ma tra tutti il Btp si è rivelato il più stabile. I valori (3,59% venerdì 16 maggio) sono sempre superiori a quelli di Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, però negli ultimi sei mesi i rendimenti dei bond sovrani di Parigi, Madrid, Lisbona e Atene sono schizzati fino ad arrivare sopra il 3%.
Gli alti livelli dei Btp, insomma, non sono un buon motivo per sminuirne il momento di grazia: il debito italiano continua a riscuotere grande successo sui mercati, tanto che l’Italia ha già collocato il 47% del suo fabbisogno annuo, prima in Europa per valore assoluto.
Conti sostenibili e stabilità politica, oltre ad attrarre gli investitori, hanno spinto S&P a inizio aprile ad alzare il rating italiano a Bbb+: un terzo fattore che a sua volta ha inciso sul calo dello spread. La prova del nove arriverà venerdì 23 maggio, quando si esprimeranno sia Moody’s che Scope.
La prima è la più severa tra le agenzie perché ha assegnato all’Italia un rating Baa3, a un passo dal livello spazzatura («junk»). La seconda invece la pensa come S&P (Bbb+). Se arriveranno altre promozioni la distanza tra Btp e Bund potrebbe restringersi ancora, anche se mantenere questi livelli non sarà semplice.
«Negli ultimi dieci anni lo spread non è mai riuscito a consolidarsi sotto 100 punti. Per stringersi ancora dovranno verificarsi due serie di fattori: da un lato la conferma di un quadro di crescita economica positiva con una tendenza fiscale a supporto, e dall’altro uno scenario globale di tassi stabili o in ribasso», osserva Valle.
«C’è da aggiungere che gli investimenti pubblici nell’Eurozona sono in aumento. Questo fattore implica una sorta di convergenza dei livelli di spesa fiscale dei vari Paesi, riducendo il rischio di divergenza tra i tassi degli Stati europei. Credo quindi che gli attuali livelli di spread italiani, seppure storicamente meno attraenti, siano sostenibili e mi aspetto che la buona performance dei Btp prosegua nel medio-lungo temine».
I rischi però non mancano e per un verso sono gli stessi delle borse. Ad aprile i listini mondiali hanno pagato a caro prezzo le tariffe di Donald Trump e anche lo spread è salito a 130 punti. La schiarita sui dazi ha riportato il sereno sulle piazze finanziarie, ma un accordo tra Stati Uniti, Cina ed Europa sembra ancora lontano.
La guerra commerciale del presidente americano finora si è rivelata un boomerang. Il governo Usa sperava di convincere gli altri Paesi a comprare più titoli di Stato americani in cambio di concessioni sui dazi. Sui mercati, invece, si è vista una reazione esattamente opposta perché il rendimento del Treasury ha sfiorato più volte il 4,5%, l’ultima mercoledì 14 maggio.
Nei giorni successivi il decennale americano è tornato a respirare, ma resta su valori alti (venerdì 16 maggio era al 4,43%). Troppi i 9 mila miliardi di titoli di Stato in scadenza nei prossimi 12 mesi, anche per chi, come gli Usa, ha un pil di quasi 30 mila miliardi di dollari. (riproduzione riservata)