Potremmo chiamarli i ritardatari. Qualcuno può anche definirli gli angeli caduti. Altri le grandi delusioni. Sono sette titoli tra le blue chip di Piazza Affari che sono per ora zavorrate sul listino e hanno accumulato sul medio termine perdite anche consistenti.
Con il Ftse-Mib che corre e che ha riacciuffato i 40 mila punti, come non si vedeva da oltre un decennio, le 7 stelle cadenti fanno da contraltare negativo all’euforia che è tornata a scorrere sulla piazza milanese e in genere sui listini europei.
Quando la controtendenza non è episodica ci si deve chiedere non solo i motivi del malessere, ma anche e soprattutto se ci sarà spazio e tempo in futuro per una rinascita nei valori di borsa. La questione non è peregrina. Qui non si tratta per quasi tutti di aziende in difficoltà strutturale e con conti in disordine. Non si tratta di crisi profonda del modello di business. Sono aziende con una storia consolidata in borsa e che in molti casi hanno dato grandi soddisfazioni in passato ai loro azionisti.
Basti pensare alla triade degli industriali-manifatturieri oggi con le quotazioni in calo da Amplifon a Diasorin fino a Interpump. Per anni sono stati il vanto della manifattura italiana, votate all’export e globalizzate con leadership di business a livello mondiale.
Interpump, l’azienda di pompe ad altissima pressione, è sempre stata una delle migliori per performance. Solo negli ultimi 10 anni ha visto il valore dell’azione passare da 15 ai quasi 36 euro cui quota in questi giorni. L’azienda capitalizza 3,9 miliardi di euro. La corsa poderosa che la caratterizzava si è interrotta di colpo nell’inverno del 2021 al picco massimo di 60 euro. Era la stagione della bolla tech partita negli Usa e che ha affossato i titoli dagli alti multipli. Da allora Interpump fa fatica a riprendersi: era risalita a 50 euro nell’aprile del 2023 e poi ha di nuovo invertito rotta cadendo ai corsi attuali.
Copione analogo per Amplifon, la regina mondiale degli apparecchi acustici. Sprinter di borsa per oltre un decennio, arrivando a decuplicare il suo valore, anch’essa da quella fine del 2021 è entrata in un cono d’ombra e oggi quota 21 euro, la metà del suo valore di allora.
Diasorin, leader biotech nella diagnostica medica, ha visto dimezzare il suo valore dal picco massimo di 200 dollari e da allora non si è più ripresa.
Eppure si tratta in tutti e tre i casi di aziende solide e redditizie.
Diasorin ha sfornato buoni numeri anche nel primo trimestre del 2025 con ricavi a 313 milioni, un margine operativo lordo a 107 milioni e un utile netto per 52 milioni. È in accelerazione sulla redditività industriale che pesa per il 34% del fatturato, quando nel 2024 si era fermata al 31%. Numeri non certo da azienda non profittevole. Eppure la fase di stanchezza in borsa non passa.
Il mercato sogna quella marginalità record a livello industriale del 40% segnata a cavallo degli anni del Covid, che tra l’altro hanno spinto alla grande i volumi di vendita. Il Covid non c’è più e Diasorin si è attestata a livelli di redditività industriale a qualche punto in meno rispetto al lontano passato. Basta questo a non far più innamorare gli investitori?
In realtà come vedremo per Diasorin, Amplifon e Interpump siamo di fronte solo a un tema di multipli. Le tre società si sono impallate dalla prima crisi del tech Usa sui valori dei loro prezzi/utili, saliti molto in precedenza, e che il mercato ha venduto con lauti guadagni come se fossero una proxy del tech Usa, in assenza di azioni ad alta crescita sul mercato italiano.
Basti pensare che pur in caduta oggi Diasorin vale 25 volte i suoi profitti a fine del 2025. Interpump altra azienda bloccata in borsa che ha fatturato nel 2024 oltre 2 miliardi con un utile netto di 230 milioni viene scambiata sul listino, dopo aver perso il 17% solo nell’ultimo anno, a 18 volte i suoi utili.
Amplifon in caduta negli ultimi 12 mesi del 37% e del 50% dai suoi massimi storici si compra sul listino a oltre 30 volte gli utili come documenta S&P Global market intelligence. Anche Amplifon ha conti brillanti con un Ebitda margin in accelerazione quest’anno stimato al 24% sui ricavi.
Ma in realtà l’altra ragione profonda del malessere dei tre big della manifattura è nell’indice: Piazza Affari è affollata di banche che la fanno da padrone per peso sul listino e da tre anni sfornano utili pirotecnici pur avendo valutazioni di multipli più bassi. E allora gli investitori per non saper nè leggere nè scrivere comprano banche a scapito dei titoli industriali e di consumo.
Altro ex protagonista di exploit in borsa e legato a doppio filo ai consumi è Campari. Titolo che per anni ha garantito performance notevoli e che è in forte calo sul listino almeno da due anni con valore dell’azienda dimezzato.
Su Campari pesa il rallentamento delle vendite del mercato globale degli alcolici che riguarda tutti i grandi produttori europei e americani. Pesa ora lo spettro dei dazi Usa, anche se rispetto al punto basso della crisi Campari si sta risvegliando.
Ma la storica crescita a due cifre delle vendite in passato si sta riducendo a una corsa a una sola cifra percentuale e allora ecco che i multipli diventano cari per il mercato. Con un valore di capitalizzazione di 7 miliardi e utili nel 2024 per «soli» 200 milioni, la casa dello Spritz vale 35 volte gli utili. Che dovrebbero scendere a 20 volte solo se nel 2025 i profitti saliranno, come da consenso, a 350 milioni.
In difficoltà le due partecipate dello Stato: Nexi, il leader europeo dei pagamenti digitali e Stm, l’unico vero titolo tech tra i big di Piazza Affari.
Nexi che ha brillato i primi anni dalla quotazione è poi precipitata sul listino nel 2021. Complice due grandi acquisizioni pagate a debito. In un colpo solo la struttura finanziaria ha cambiato drasticamente pelle con l’indebitamento finanziario passato da 2 miliardi pre-operazione a oltre 5 miliardi. Una leva tirata che ha allontanato gli investitori.
Il gruppo era ed è redditizio. A fine del 2024 i ricavi erano saliti a 3,5 miliardi con un ebitda a 1,8 miliardi oltre il 50% sul fatturato. E anche la leva finanziaria sta lentamente scendendo con un rapporto a fine dello scorso anno di 2,7 volte. I debiti finanziari sono sempre attestati a 4,97 miliardi, ma il forte incremento dei margini aiuta a tenere sotto controllo la leva.
Per Nexi, con Cdp che ha aumentato la sua quota di controllo, saranno importanti i passi futuri. Tanto più il debito scenderà, tanto più tornerà l’interesse del mercato. Il titolo che è passato dal picco massimo di 19 euro pre-acquisizioni a debito, ora è impallato a soli 5 euro. Il segnale di ripresa potrà arrivare solo se la struttura finanziaria verrà ottimizzata.
Stm, il produttore di chip controllato pariteticamente da Italia e Francia in una joint venture, soffre il duro colpo dello sboom del mercato dell’auto. Il gruppo è infatti concentrato soprattutto sulle applicazioni industriali legate in gran parte all’automotive. L’intero settore in Europa è finito in crisi con Stm e la tedesca Infineon che hanno pagato dazio alla dura flessione dei mercati di sbocco.
Poi alla debolezza del titolo hanno concorso da un lato gli eccessi di ottimismo paventati dall’ad francese Jean-Marc Chery che per mesi ha di fatto negato l’impatto della crisi, causando perplessità agli investitori. La crisi ha visto anche salire la tensione tra Italia e Francia sulle strategie per affrontare la crisi. E certamente i dissidi tra i due soci non stanno giovando a una ritrovata fiducia del mercato. Stm negli ultimi 2 anni ha visto quasi dimezzare il suo valore di mercato. Da pochi mesi c’è un rimbalzo in corso, ma per consolidarlo occorrerà vedere quest’anno un forte segno di ripresa di ricavi e margini.
Le stime di consenso raccolta da S&P Global market intelligence indicano ricavi ancora sui 10 miliardi quest’anno. Se così fosse Stm avrebbe perso in pochi anni il 30% del suo giro d’affari con la redditività industriale che prima della crisi viaggiava al 35% dei ricavi, oggi fatica a superare il 20%. Senza una ripartenza difficile che Stm possa tornare a correre presto dato che quota valori di prezzo utile intorno a 25 volte.
Infine tra i malati c’è quello più noto e che più ha fatto fragore. Stellantis che nei primi anni post fusione Fca-Peugeot aveva impressionato il mercato con un’esplosione della redditività salita a oltre il 10%, si è capovolta.
La crisi dell’auto globale ha picchiato duro soprattutto su Stellantis che ha visto dimezzare la profittabilità sul mercato americano che nei primi anni era stato il motore turbo delle performance del gruppo. E così i conti hanno cambiato drasticamente volto in pochissimo tempo. Se a fine 2023 il colosso italo-francese aveva prodotto ricavi record per quasi 190 miliardi con utili operativi per oltre 20, ecco che è bastato un solo anno per vedere il fatturato cadere a 156 miliardi, più o meno il livello del 2021, con utili operativi crollati da oltre 20 miliardi a poco più di sei.
Il gruppo ha bruciato cassa a livello industriale e non deve stupire che con questi numeri il titolo sia crollato dal picco dei 27 euro della primavera del 2024 ai poco meno di 9 euro di questi giorni, bruciando 50 miliardi di valore in solo un anno. Per Stellantis come del resto per l’intero comparto dell’auto il problema oggi non sono certo le valutazioni. Lo sboom ha portato i multipli ai minimi termini e quindi spazio per un re-rating ci sarebbe. Ma tutto dipenderà da quanto tempo e come l’automotive riuscirà a tamponare una crisi che sembra ormai strutturale. (riproduzione riservata)