L’economia e la politica monetaria negli Usa e nell’Eurozona si stanno muovendo in direzioni molto diverse. Nel 2025 il divario sui tassi potrebbe allargarsi, secondo quanto emerso dopo le ultime riunioni delle banche centrali delle due aree. La Fed ha gelato i mercati il 18 dicembre nonostante il taglio dello 0,25%. Il presidente Jerome Powell ha evidenziato che la riduzione è stata più incerta delle precedenti ed è stata più discussa tra i banchieri centrali Usa. Gli investitori si sono spaventati soprattutto per l’attesa mediana da parte dei membri Fed di soli due tagli dello 0,25% l’anno prossimo, invece dei quattro indicati a settembre. Alcuni banchieri centrali hanno indicato persino la previsione di uno o nessun taglio.
Anche le nuove proiezioni economiche della Fed hanno mandato un messaggio hawkish (falco) ai mercati. La Fed ha alzato le stime sull’inflazione attesa negli Usa l’anno prossimo al 2,5%, dal precedente 2,1% (secondo l’indice Pce, il preferito della Fed). Si tratta di un aumento significativo legato agli ultimi numeri di inflazione ma anche alle aspettative di un rialzo del carovita a causa delle politiche di Donald Trump. Secondo Goldman Sachs, i dazi potrebbero far salire l’inflazione Usa dello 0,3% l’anno prossimo.
Nello stesso tempo il pil e il mercato del lavoro negli Stati Uniti hanno mostrato segnali di ulteriore rafforzamento. La crescita è attesa dalla Fed quest’anno al 2,5% (invece che al 2% di settembre) e l’anno prossimo al 2,1% (invece che al 2%). Il tasso di disoccupazione è previsto quest’anno al 4,2%, invece che al 4,4%. L’economia Usa resta solida nonostante la forte stretta monetaria del 2022-2023.
Powell ha parlato inoltre di «nuova fase» per i tassi sottolineando che la Fed sarà in futuro «cauta su ulteriori tagli». Il motivo è legato anche alla minore distanza dal tasso neutrale, quello che non comprime né stimola l’economia. Powell ha detto che i tassi sono ancora restrittivi ma che si è ridotta la distanza dal livello neutrale stimato dai banchieri centrali Usa in media al 3%.
La Bce deve affrontare uno scenario del tutto diverso rispetto alla Fed. Francoforte ha ridotto i tassi quattro volte i tassi da giugno, per un totale dell’1%, lo stesso ammontare della banca centrale Usa (che ha tagliato tre volte a partire da settembre, in un caso dello 0,5%). I tassi nell’Eurozona sono ora al 3%, quelli Usa nella forchetta 4,25-4,5%. Ma il divario potrebbe allargarsi nel 2025 per alcune ragioni: il diverso stato dell’economia nelle dure aree, il differente livello del tasso neutrale e l’impatto delle politiche annunciate da Donald Trump, innanzitutto sui dazi.
L’economia europea è di fatto ferma da fine 2022. Nelle ultime proiezioni economiche pubblicate il 12 dicembre la Bce ha ancora una volta ridotto le previsioni sul pil nell’Eurozona: la crescita è attesa allo 0,7% quest’anno rispetto all’1,5% indicato a giugno 2023. Per l’anno prossimo è stato invece stimato un +1,1% (dal precedente +1,3%). Ma le ultime proiezioni non considerano i probabili dazi. Il capoeconomista Bce Philip Lane ha detto che l’impatto delle misure Usa sarebbe incerto sull’inflazione, ma senza dubbio negativo per il pil.
I rischi per l’economia europea peraltro non derivano solo dalle misure di Trump. Resta incerta la ripresa degli investimenti, con tassi in calo ma ancora restrittivi. Inoltre la Bce confida da molti mesi in una ripresa dei consumi che non si è ancora verificata. I rischi sulla crescita sono attesi «al ribasso», mentre i pericoli sull’inflazione sono bilanciati e le principali componenti del carovita, quelle legate a servizi e salari, sono attese in calo l’anno prossimo.
Il tasso neutrale è inoltre più basso nell’Eurozona rispetto agli Usa. Ciò vuol dire che la Bce deve portare i tassi a un livello inferiore per avere un impatto nullo sull’economia. I tassi al 3%, che sarebbero al livello neutrale negli Usa, sono invece restrittivi nell’Eurozona. L’ultimo studio Bce, citato dalla presidente Christine Lagarde e da Lane, ha collocato il tasso neutrale tra l’1,75% e il 2,5%. Solo Isabel Schnabel, falco del comitato esecutivo, è arrivata fino al 3%, ma questa posizione non è stata condivisa dagli altri membri del consiglio direttivo. Resta quindi strada da fare per la Bce, anche perché Francoforte potrebbe portare i tassi pure sotto il livello neutrale, soprattutto in caso di ulteriore rallentamento dell’economia.
La comunicazione della Bce è stata così negli ultimi giorni differente rispetto a quella della Fed. Mentre Powell è stato molto cauto sui tagli, Lagarde ha detto che «la direzione di marcia è chiara e la Bce prevede di abbassare ulteriormente i tassi» nello scenario base. In caso di shock al ribasso, Lane ha osservato che il ritmo dei tagli potrà anche essere accelerato lasciando così spazio a eventuali riduzioni dello 0,5%. Schnabel ha continuato a spingere per manovre «graduali», quindi dello 0,25%. Sulla stessa linea anche il presidente della Bundesbank Joachim Nagel che però il 20 dicembre ha mostrato un orientamento meno falco, con ogni probabilità a causa delle difficoltà dell’economia tedesca: «L’inflazione è ora sotto controllo», ha detto sottolineando il «calo delle pressioni salariali». Di conseguenza per Nagel la Bce può «certamente ridurre ulteriormente i tassi» fino a raggiungere il livello neutrale «nella prima metà del 2025». Per Bob Michele, chief investment officer di Jp Morgan AM, «la Germania continua a lottare con una crescita poco brillante. È possibile che la Bce sia costretta a tagliare i tassi più rapidamente».
Secondo i mercati l’anno prossimo la Bce abbasserà i tassi cinque volte (fino all’1,75%), mentre la Fed si limiterà a una o due riduzioni (restando attorno al 4%). Dopo l’ultima riunione della Fed l’euro è sceso da 1,05 a 1,04 dollari. Il deprezzamento della moneta unica potrebbe compensare in parte l’effetto dei dazi. Ma al momento gli economisti sono concordi nel ritenere che l’Eurozona non correrà rischi sull’inflazione, mentre la crescita dell’area potrà restare attorno allo zero anche nel 2025. (riproduzione riservata)