Nel 2023 l’indice dei titoli bancari italiani è salito di oltre il 42%, quasi 14 punti in più rispetto al listino principale. Performance simili si sono registrate anche negli altri paesi dell’Eurozona, a riprova del fatto che il mercato ha assistito a un trend internazionale. A Milano gli incrementi più significativi sono stati registrati da Unicredit (+84,4%), Montepaschi (+60,1%) e Bper (+58%), anche se per tutte le banche commerciali e le merchant come Mediobanca le variazioni percentuali sono state a doppia cifra nel corso dell’anno.
Quali sono state le ragioni del rally? La principale va ricercata nella brusca stretta monetaria attuata dalla Bce. Per domare l’inflazione la banca centrale guidata da di Christine Lagarde ha portato i tassi al 4,5%, il livello più alto mai registrato nell’Eurozona. Se alla fine di ottobre Francoforte ha deciso di tirare il freno e di evitare nuovi rialzi, il bilancio per gli istituti di credito è stato molto positivo.
L’incremento dei tassi ha portato combustibile prezioso al margine da interesse, la principale voce dei ricavi per molte banche, soprattutto per quelle commerciali. Un trend che si è tradotto in una forte crescita dei profitti. Nei primi nove mesi del 2023 i cinque maggiori gruppi italiani hanno aumentato gli utili del 77% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. I profitti sono saliti così da 8,9 a 15,8 miliardi. Al contempo il capitale Cet1 fully loaded medio è salito al 15,3% dal 14,5% di fine 2022. Unicredit (17,2%) e Mps (16%) hanno mostrato valori sopra la media, mentre sono rimaste sotto Bper (14,9%), Banco Bpm (14,3%) e Intesa (13,6%).
Oggi complessivamente le grandi e medie banche italiane sono sedute su una montagna di capitale in eccesso: oltre 20 miliardi di euro se si considera solo il buffer al di sopra del 13% di Cet1. Nel corso dell’anno la marginalità è stata sostenuta anche dalla buona qualità del credito che finora ha risentito solo minimamente del deterioramento del quadro economico; il Npe ratio lordo per esempio si attesta al 2,4% contro il 16,8% del 2015.
«Il 2023 del sistema bancario Italiano aveva il difficile compito di confrontarsi con un 2022 caratterizzato da risultati record e di reggere alle prolungate pressioni derivanti dal contesto macroeconomico e geopolitico. Nel complesso, la prova è stata superata positivamente: i ricavi hanno continuato a crescere sulla spinta dell’aumento dei tassi di interesse del primo semestre e le ricadute sul costo della raccolta si sono manifestate con gradualità», spiega Lorenzo Macchi, coordinatore del settore bancario per Kpmg in Italia. Di questi risultati hanno beneficiato in primo luogo i titoli delle banche, che partivano da valutazioni più penalizzate rispetto agli altri settori.
Dopo la crisi del 2008 la mediana del multiplo prezzo/patrimonio netto è scesa da 1,85 volte a 0,5 volte stabilizzandosi per oltre un decennio in quest’area. Non si tratta di un fenomeno limitato all’Italia. Nell’intera Eurozona le valutazioni delle banche sono state zavorrate dai tassi bassi o negativi che per anni hanno compresso il margine di interesse, principale fonte di reddito per gli intermediari tradizionali. Un ulteriore elemento di debolezza è stato la stretta regolatoria che, con l’entrata in vigore del meccanismo di vigilanza unico, ha imposto alle banche di detenere capitale in eccesso rispetto ai requisiti minimi fissati dal cosiddetto Primo Pilastro, penalizzando così la redditività.
Se l’aumento della marginalità ha migliorato le valutazioni, le banche commerciali italiane quotano ancora oggi a sconto sul patrimonio visto che il costo del capitale supera in media il roe di 2-3 punti percentuali. C’è ancora spazio per crescere? Questa è la scommessa di molti ceo che per il 2024 hanno messo in palio generosi piani di remunerazione tra dividendi e buyback.
Le incognite però non mancano. Secondo quanto osservato dall’Eba nell’analisi annuale dei rischi, dopo aver raggiunto il picco della redditività le banche europee sono ormai arrivate a un punto di svolta. Da un lato l’aumento del costo della raccolta di mercato aumenterà la pressione sui margini, dall’altro lato la probabilità di un deterioramento della qualità degli attivi è in aumento. Avvertimenti simili sono arrivati anche da Bce. Non è insomma scontato che nel 2024 il settore bancario faccia il bis per gli azionisti. (riproduzione riservata)