La produzione industriale dell’Eurozona è scesa del 2% a settembre, più delle attese di mercato che prevedevano in media un calo dell’1,3%. Il dato europeo, in netto peggioramento rispetto al +1,5% di agosto, ha risentito soprattutto della flessione della Germania (-2,7%), mentre in Italia il calo è stato dello 0,4%. L’andamento della produzione industriale è un nuovo segnale di debolezza dell’economia dell’Eurozona che nei prossimi mesi dovrà fare i conti anche con i dazi di Donald Trump.
Se si escludono alcuni mesi durante la pandemia, la produzione industriale è tornata al livello più basso da gennaio 2016. «Ci sono pochi dubbi sull’andamento negativo della produzione industriale. Per di più le indagini sull’attività di ottobre sono state deboli, coerenti con un aumento solo modesto del pil», ha osservato Capital Economics.
Ieri Eurostat ha confermato l’aumento del pil dell’Eurozona dello 0,4% nel terzo trimestre del 2024. Si tratta di un valore superiore a quelli registrati da fine 2023, ma è stato influenzato da fattori straordinari come le Olimpiadi in Francia e il forte rialzo del prodotto in Irlanda (dove ci sono le filiali europee di molte multinazionali Usa). Secondo gli economisti la crescita dell’Eurozona rallenterà nel quarto trimestre e resterà debole l’anno prossimo. Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha detto che i dazi di Trump potrebbero pesare per l’1% del pil tedesco che rischia così di finire in recessione anche l’anno prossimo.
Il calo della produzione industriale a settembre «crea un effetto statistico negativo per il quarto trimestre», ha osservato Citi. «L’onere della prova è sempre più a carico dei banchieri centrali Bce che difendono la posizione restrittiva della banca centrale». In un quadro economico complicato, diventa sempre più difficile per Francoforte mantenere i tassi su livelli restrittivi, tali cioè da comprimere l’economia.
La produttività intanto è migliorata nel terzo trimestre (+0,2%). In tal senso Capital Economics ha osservato: «Dato che la scarsa crescita della produttività ha mantenuto alto l’aumento del costo del lavoro per unità di prodotto, contribuendo alla persistenza dell’inflazione sottostante, un miglioramento sostenuto della produttività rafforzerebbe l’opportunità per la Bce di continuare a ridurre i tassi».
Ieri sono stati pubblicati i verbali del consiglio direttivo Bce del 17 ottobre nel quale è stato deciso il terzo taglio dei tassi dopo quelli di giugno e settembre. Dalle minute è emerso che la riduzione dei tassi è stata considerata «un’assicurazione» contro i rischi di frenata economica e di discesa dell’inflazione sotto l’obiettivo del 2%. I banchieri centrali sono comunque divisi sul pericolo di undershooting del carovita. I rischi di un taglio il 17 ottobre sono stati considerati «inferiori» a quelli di un ritardo nella sforbiciata. Un eventuale taglio troppo anticipato avrebbe potuto essere compensato con una pausa a dicembre, secondo i membri del consiglio. In realtà i dati macro pubblicati dopo la riunione hanno confermato l’attesa di mercato di una riduzione di 25 punti base (o persino 50) a dicembre. (riproduzione riservata)