Il mondo finanziario italiano ed europeo dovrebbe annotare che è in atto un’evoluzione della guerra e della deterrenza verso la robotica e che tale tendenza implica l’integrazione co-evolutiva tra industria militare e civile in una relazione reciprocamente amplificante.
Tale tendenza ha avuto un’accelerazione nell’ultimo decennio da parte della Cina. Il suo vettore di riarmo era già prevedibile a metà degli anni 90 quando l’ufficio del Net assessment (scenari per procurement) del Pentagono scenarizzò che Pechino avrebbe raggiunto nel 2024-25 una «quasi» parità tecnologica-militare con gli Stati Uniti.
Ora il «quasi» è messo in dubbio da dati recenti che stanno spingendo Washington a investire con urgenza nel ripristino della superiorità in aria, esospazio, mare, terra, spazio cyber, eccetera, e conseguente deterrenza.
Come? Per alcuni settori c’è una tendenza alla collaborazione tra sistemi umani e robotizzati via mediazione di intelligenze artificiali sempre più evolute, per esempio la Space Force statunitense, sistemi di osservazione elettronica totale per comando e controllo di un campo di battaglia, droni teleguidati, ecc. Ma da qualche tempo si nota una tendenza prevalente alla robotizzazione autonoma degli strumenti di offesa e difesa.
Il motivo deriva da nuovi calcoli nella dimensione classica dei parametri bellici, spazio e tempo, calibrati sulle nuove tecnologie di proiettili e difesa dagli stessi: i tempi di reazione ad un attacco e un attacco stesso con speranza penetrativa sono brevissimi e non gestibili da capacità decisionali umane. Ciò spinge la delega decisionale di ingaggio a strumenti robotizzati iperveloci, tendenza sempre più probabile.
Arrestabile da consapevolezze pacifiste e accordi limitativi tra nazioni? Purtroppo improbabile: quindi bisogna competere per ottenere la sicurezza via deterrenza basata sulla superiorità. Tale trend è già visibile, dal punto di vista finanziario, nell’intreccio crescente tra investimenti pubblici e privati in America che cerca di pareggiare il sistema cinese, dove il pubblico domina il privato, forse anche motivo dell’insistenza di Washington per avere più investimenti dagli alleati in cambio di sconto sui dazi.
Lo scenario intravede un salto tecnologico che porterà nel mercato civile innovazioni tecno discontinue. Quindi sarebbe utile per gli europei negoziare che l’obbligo di investire in America produca una collaborazione tra industrie militari e civili per amplificare le sinergie nei due settori e due continenti.
Trump ha dichiarato che sarà l’America a decidere dove impiegare i 600 miliardi di dollari di investimenti europei. Qui il punto: suggerisco alle maggiori nazioni europee, in particolare Italia e Germania, di negoziare invece intrecci industriali militari e civili euroamericani nella nuova robotica che renderebbero di reciproco vantaggio i 600 miliardi di investimenti detti. Anche motivo per una nuova Italian American Investment Bank proposta in un articolo precedente. (riproduzione riservata)