Il mondo sembra funzionare all'inverso in questo periodo pieno di contraddizioni e sconvolgimenti economici. Ma l'inversione che davvero allarma gli investitori è da sempre quella della curva dei rendimenti dei Treasury Bill degli Usa: come scrive Fabrizio Quirighetti di Decalia nella sua analisi settimanale, quasi "ogni recessione negli ultimi 70 anni è avvenuta dopo che la curva a 2 anni/10 anni si è invertita. Di conseguenza questo è certamente l'indicatore di recessione più affidabile, con un track record molto al di sopra di qualsiasi previsione degli economisti". Un inizio report non molto conciliante.
L'analisi di Quirighetti continua riportando i tentativi della Fed di minimizzare le preoccupazioni per i rischi di recessione associati a questo indicatore: la Banca centrale ha infatti spiegato che lo spread forward a breve termine (pari al tasso forward a 18 mesi moltiplicato per il tasso money market a 3 mesi meno l’attuale tasso a 3 mesi) si è ripreso. "Campbell Harvey", scrive l'esperto, "il primo economista a identificare il legame tra l'inversione della curva e la recessione a metà degli anni '80, ha anche scoperto che lo spread tra i Treasury 3 mesi/10 anni sembrava il più affidabile", soprattutto "se l'inversione durava almeno un intero trimestre". Osservando i grafici si evince "la chiara divergenza nelle pendenze della curva dei rendimenti Usa, a seconda che si usi lo spread 10 anni/2 anni, con tendenza al ribasso e in territorio negativo, o la differenza 10 anni/3 mesi, che effettivamente si sta riprendendo."
Secondo l'analista di Decalia, usare il tasso a 3 mesi invece del tasso a 2 anni pone troppa enfasi sull'attuale politica monetaria: "Sappiamo tutti che la Fed è molto in ritardo. Ciò significa che date le recenti dinamiche di crescita e inflazione il tasso a 3 mesi è troppo basso". Lo spread forward a breve termine (tasso a 3 mesi tra 18 mesi meno l'attuale tasso a 3 mesi) si starebbe accentuando perché i mercati stanno prezzando sempre di più i rialzi dei tassi della Fed nei prossimi 12-18 mesi, mentre il ciclo di stretta è appena iniziato. "Possiamo aspettarci che questo spread diminuisca nel tempo, specialmente se la Fed accelera con il suo ciclo di tightening" commenta Quirighetti. "La curva 10 anni/2 anni è invertita perché gli investitori temono che la Fed corra il rischio di sacrificare la crescita per domare le pressioni inflazionistiche."
Tali indicatori sono più puntuali perché utilizzano tassi a breve termine: l'inversione dello spread 10 anni/2 anni segnala che qualcosa di negativo accadrà in un futuro più o meno lontano, mentre l'inversione dello spread a breve termine indica una recessione in arrivo. Dunque "l'inversione della curva 10 anni/2 anni e l'aumento di pendenza di quella 10 anni/3 mesi sono perfettamente coerenti con un campanello d'allarme preventivo che ci dice che la Fed si sta imbarcando in un ciclo di stretta "fast", finché non si spezza qualcosa nell'economia o nei mercati" ironizza l'esperto.
Il report continua mostrando la storicamente forte correlazione tra consumer confidence gap (fiducia dei consumatori sul futuro rispetto alla situazione attuale) e la curva 10 anni/2 anni, sottolineando, neanche a dirlo, il crollo di tale fiducia. Quirighetti poi parla dell'indice Ism manifatturiero statunitense, uno dei principali indicatori anticipatori del ciclo economico Usa, che avrebbe invece una stretta correlazione con la differenza tra i nuovi ordini e le scorte di magazzino: anche in questo caso i segnali non sono positivi, dato che le scorte di magazzino stanno aumentando, mentre i nuovi ordini diminuiscono "a causa delle incertezze geopolitiche e del sentiment meno entusiasta dei consumatori per via dell’inflazione."
Neanche Mark Haefele chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, ci va leggero: "A nostro avviso il rischio di recessione è aumentato, in vista di una serie di rialzi dei tassi americani che si prospetta più rapida del previsto e delle ricadute della guerra in Ucraina". Tuttavia, il cio è meno pessimista: "Un simile sviluppo ci sembra ancora tutt'altro che inevitabile. L'inversione della curva si inserisce in un quadro di forza dell'economia. La crescita dell'occupazione negli Stati Uniti è proseguita a ritmo robusto, con un calo del tasso di disoccupazione dal 3,8 al 3,6%, il livello più basso dall'inizio della pandemia.”
Haefele continua sottolineando che storicamente il periodo di tempo tra l'inversione della curva e l'avvio della recessione tende a essere lungo e di durata variabile: "In media le recessioni cominciano 21 mesi dopo l'inversione, con un intervallo compreso tra 9 e 34 mesi". Inoltre, l'inversione della curva dei rendimenti non sarebbe un segnale di vendita attendibile per gli investitori azionari: dal 1976 ad oggi l’S&P 500 è salito in media del 14% nei 12 mesi successivi a un'inversione dello spread a 2 anni/10 anni. Infine, "il rischio di falsi allarmi potrebbe essere più alto a causa degli acquisti della Fed, che hanno soppresso i rendimenti delle obbligazioni con duration più lunga favorendo l'inversione della curva" spiega il report.
Dunque l'esperto conclude che, sebbene per la Fed sarà difficile riuscire a orchestrare un atterraggio morbido dell'economia, in realtà ci è già riuscita nel 1965, nel 1984 e nel 1994, e sarebbe "ancora presto per affermare che questa volta non ci riuscirà". Sarà, ma come Albert Edward di Société Générale ha twittato la settimana scorsa, "forse l'indicatore più robusto di una recessione imminente è quando la Fed rifiuta l'inversione della curva dei rendimenti come predizione di una recessione imminente". Non ci resta che sperare che tale provocazione non nasconda un acume profetico, perché in questo quadro economico e internazionale una recessione rappresenterebbe l'ennesima stoccata all'ottimismo dei mercati e alle già tenui speranze dei consumatori. (riproduzione riservata)